Mentre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza entra nella sua fase conclusiva, i dati elaborati da Openpolis svelano il fallimento delle clausole per l’occupazione femminile. In oltre la metà dei bandi manca l’obbligo di assunzione delle donne, sacrificato sull’altare della fretta di spendere.
Nato sotto i migliori auspici europei, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentava la riduzione delle disuguaglianze e la parità di genere come una delle tre “priorità trasversali” imprescindibili per lo sviluppo del Paese. Tuttavia, i dati più recenti elaborati dalla fondazione Openpolis tracciano un bilancio impietoso: l’obiettivo dell’inclusione sociale e lavorativa femminile è progressivamente uscito dai radar del dibattito pubblico e dall’agenda del governo Meloni, surclassato dall’esigenza di accelerare i cantieri e non perdere i finanziamenti europei.
Ad oggi, le misure complessive del Piano associabili in modo diretto o indiretto alla parità di genere sono ben 56, per un valore totale di investimenti che supera i 98 miliardi di euro. Eppure, le intenzioni si sono scontrate con una realtà fatta di deroghe e controlli mancati.
Il flop della clausola del 30%: l’allarme dell’Anac
Il simbolo principale di questa promessa mancata è l’applicazione parziale – e spesso nulla – delle tutele per l’occupazione femminile introdotte dal decreto semplificazioni (Dl 77/2021). La norma stabiliva che le aziende vincitrici degli appalti legati al Pnrr avrebbero dovuto riservare una quota pari ad almeno il 30% delle nuove assunzioni alle donne e ai giovani.
Una relazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) rileva che questo meccanismo è stato ampiamente disatteso. Analizzando i bandi di gara, emerge un quadro sconfortante:
–Nel 50,8% dei bandi la clausola del 30% non è stata inserita, concedendo deroghe ingiustificate alle imprese.
-Solo nel 34% dei casi la riserva è stata esplicitamente prevista.
-Per il restante 15,5% delle procedure, l’informazione non risulta nemmeno disponibile.
L’Anac ha parlato apertamente di “violazioni” degli obblighi normativi, ricordando che tali disposizioni non sono facoltative e invitando le stazioni appaltanti ad applicare penali o, nei casi peggiori, la risoluzione dei contratti per le ditte inadempienti.
Fondi spesi a rilento
Oltre alla questione delle assunzioni negli appalti, il Piano prevede circa 400 milioni di euro per il supporto alla creazione di imprese femminili e per l’implementazione del sistema di certificazione della parità di genere, con oltre 4mila progetti finanziati. A questi si affiancano i 2 miliardi per le “Case della Comunità” che dovrebbero includere consultori e servizi a tutela dei minori e delle donne vittime di violenza (ne risultano attive 781).
Il problema, tuttavia, riguarda la messa a terra dei fondi. Pur con circa 100mila progetti finanziati complessivamente a livello nazionale, al 31 dicembre 2025 le risorse effettivamente spese rappresentavano mediamente appena il 45,5% del totale previsto. Una percentuale decisamente bassa per un piano che si avvia ormai verso la sua imminente scadenza strutturale (fissata per il 2026).
A livello territoriale, si registrano inoltre profonde asimmetrie nella capacità di spesa. Al netto dei grandi progetti nazionali, i territori più virtuosi risultano l’Umbria (60,6% della spesa realizzata), il Veneto (54,7%) e la Lombardia (49,5%). Fanalini di coda e in forte ritardo sono invece la Sardegna (32,2%), il Molise (26,9%) e la Calabria (26,1%), regioni in cui il divario di genere strutturale avrebbe maggiormente necessitato di una scossa economica.
La svolta burocratica a danno delle donne
La fretta di chiudere i progetti e l’ossessione del governo per il rispetto formale delle scadenze europee hanno di fatto derubricato la parità di genere a fastidioso orpello burocratico. Per non rallentare l’iter delle opere pubbliche, le stazioni appaltanti hanno abusato della possibilità di concedere deroghe alle aziende sulle quote rosa obbligatorie.
Il risultato è che la transizione economica italiana rischia di lasciare indietro, ancora una volta, la componente femminile del Paese, trasformando una storica opportunità di inclusione in un’enorme occasione mancata.
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