L’affluenza record (58,9%) sancisce la sconfitta del governo Meloni. Conte esulta: “Viva la Costituzione”. Renzi attacca: “Giorgia prenda atto”. Il centrodestra ammette il colpo ma blinda l’esecutivo.
La riforma della Giustizia non passa. Le proiezioni e i dati quasi definitivi non lasciano spazio a dubbi: l’Italia ha bocciato il quesito referendario con una percentuale che si attesta intorno al 54,3%. In un clima di forte polarizzazione, il dato che spicca è quello della partecipazione: un’affluenza vicina al 59%, un numero altissimo per la storia referendaria italiana, che trasforma il risultato tecnico in un pesantissimo segnale politico per Palazzo Chigi.
L’esultanza del fronte del “No”
Il primo a rompere il silenzio sui social è stato Giuseppe Conte. Il leader del M5S, visibilmente soddisfatto, ha affidato a X un messaggio lapidario: “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!”. Per i pentastellati si tratta di una vittoria identitaria, condivisa con il resto del campo largo.
Dura la reazione di Matteo Renzi, che non ha perso l’occasione per ricordare alla Premier il suo precedente del 2016:
“Quando il popolo parla, cara Meloni, devi ascoltare. Io so cosa si prova a perdere un referendum costituzionale: io lasciai tutto. Per prenderne atto ci vuole coraggio, altrimenti si fa la figura di Don Abbondio”.
Dalla sinistra, Nicola Fratoianni (AVS) parla di una “nuova musica” per il Paese, invitando Schlein e Conte a un patto solenne: “Quando governeremo noi, la Costituzione la applicheremo invece di cambiarla”. Sulla stessa linea Maurizio Landini (CGIL), che ha indetto festeggiamenti in piazza Barberini celebrando una “nuova primavera”.
La linea del Governo: “Risultato si accetta, ma il premierato resta”
Nonostante la delusione, Fratelli d’Italia prova a fare scudo. Galeazzo Bignami ha ammesso che si aspettava un esito diverso, ma ha ribadito la natura democratica del voto: “Quando gli italiani si esprimono, il risultato si accetta sempre”. Tuttavia, il messaggio politico è chiaro: il governo non cade. “Questo voto non incide sulle sorti dell’esecutivo”, ha precisato Bignami.
Anche Lucio Malan difende l’operato della maggioranza, lamentando una “campagna pesante” e l’attribuzione di falsi intenti alla riforma. Il portavoce del comitato del Sì, Alessandro Sallusti, ha invece puntato il dito contro la difficoltà di promuovere il cambiamento: “Il ‘contro’ paga sempre più del favorevole”.
I numeri della disfatta
Le proiezioni dei principali istituti (Opinio, Tecnè, Swg) convergono tutte su una forbice che vede il No tra il 53% e il 54%.
- Affluenza: 58,9% (quasi record, superata solo dal 65,5% del 2016).
- Geografia del voto: Trainano il “No” le grandi città del Centro-Nord (Bologna, Firenze, Milano) e regioni come l’Emilia-Romagna e la Toscana.
Piazze in fermento
Mentre lo scrutinio volge al termine, la tensione si sposta nelle strade. Movimenti come Potere al Popolo e il Comitato No Sociale hanno già indetto manifestazioni a Roma (Piazza Santi Apostoli), Milano (Piazzale Loreto) e Napoli. Lo slogan è unico e diretto: “Meloni dimissioni”.
Analisi del momento
La vittoria del “No” non ferma solo il restyling della magistratura, ma mette un’ipoteca anche sui progetti futuri della destra, a partire dal Premierato. Come sottolineato da Angelo Bonelli, i piani della maggioranza rischiano ora di cadere d’emblée sotto il peso di un elettorato che si è dimostrato geloso degli equilibri costituzionali vigenti.
Il video della presidente Meloni
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