Riceviamo e pubblichiamo
C’è un’asse tra Roma, Palermo e Caltanissetta. Una sorta di sortilegio che anziché avvantaggiare il nostro territorio lo penalizza e lo ridicolizza e umilia. Una classe politica e dirigenziale scarsa e presuntuosa che fa proclami e che, quando si accorge che non sta andando per il verso giusto, addossa le colpe a un’entità astratta, dimenticando le promesse fatte in campagna elettorale. Se la menzogna fosse un reato i nostri politicanti andrebbero ad infoltire il gruppo dei loro “colleghi” nelle aule di tribunale.
Un governo nazionale, che in questi giorni sta facendo emergere i propri limiti: le proteste degli studenti, degli autotrasportatori, degli agricoltori, dei pescatori e della gente comune che fatica ad arrivare al fatidico fine mese, sembrano non scalfire quella sorta di “potere divino” di una classe becera e indifferente ai bisogni del Paese reale.
Una classe politica corrotta da Roma a Caltanissetta passando per Palermo (concedendosi una tappa a Messina dove si è aperta un’inchiesta su presunte tangenti sulla realizzazione del ponte), un parlamento nazionale in cui siedono inquisiti, condannati e che hanno ricoperto il ruolo di ministro, sottosegretario o vice ministro. Segreterie politiche piene da personale assunto solo per amicizia o parentela o per compensare un favore fatto o da riscuotere.
Un parlamento regionale in cui il suo vertice massimo, il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana (A.R.S.) Gaetano Calvagno (pupillo di Ignazio La Russa) è sotto processo per peculato e corruzione, una giunta regionale retta dal presidente Renato Schifani già noto alle vicende giudiziarie e con reati caduti in prescrizione (che non vuol dire assoluzione o condanna), assessori rinviati a giudizio o con processo in corso che continuano ad esercitare il loro ruolo come se niente fosse.
Nella pubblica amministrazione un dipendente, con gli stessi procedimenti in corso, verrebbe sospeso a minimo dello stipendio e se condannato licenziato. In questi casi la Regione Sicilia non si costituisce neanche parte civile.
Assessori e deputati regionali, al pari di Ras di famiglia, che gestiscono il potere non per fare gli interessi della collettività siciliana ma solo per garantirsi e rafforzare il proprio bacino elettorale. Che li farà diventare sempre più forti per potersi candidare alla prima occasione utile qualunque siano le elezioni. L’importante è dare un segnale di forza, risultato di una fitta rete di interessi e favoritismi. E non importa se sei stato condannato, se sei stato rinviato a giudizio o sei sotto processo, anzi sembra che sia diventato indispensabile per potere occupare una poltrona.
E che dire dell’ultimo scandalo, (gli scandali nel mondo della politica siciliana sono all’ordine del giorno) che ha coinvolto il consigliere particolare di Renato Schifani: Gaetano Armao che, dagli atti di accusa e dalle intercettazioni video e telefoniche, intascava “mazzette” di denaro da imprenditori per appalti vari nel settore del fotovoltaico e dalla sanità. Sanità già interessata ai vari scandali sparsi per le varie ASP dell’isola, con un supermanager regionale alla sanità e direttore generale del Policlinico di Messina Salvatore Iacolino, nominato da Schifani, costretto a dimettersi del mese di marzo per un’indagine su mafia e appalti e recentemente anche lui coinvolto nella vicenda Armao.
Una fitta rete di interessi e intrallazzi di cui la responsabilità, per adesso politica, ha solo un nome Renato Schifani.
E a Caltanissetta? Nella nostra cittadina “tutto va bene signora contessa”.
“Le persone in questo territorio non riescono a pensarsi come comunità civile in vista del bene comune.
L’individualismo è radicato. Si naviga a vista, risolvendo problema del giorno, ma senza una reale voglia di cambiamento. Personaggi prestati alla politica senza competenze specifiche, una rete di interessi personali e amicizie che soffoca lo sviluppo e con la politica trasformata in uno strumento per curare i propri affari, come confermato dai recenti fatti di cronaca. …tra fuga di giovani, calo delle nascite e invecchiamento della popolazione, il territorio rischia l’estinzione.
O si prende coscienza di salvare il futuro di questa parte di Sicilia, o è destinato a perire. La vera rivoluzione deve partire dal modo di pensare: solo riscoprendosi “popolo” Caltanissetta potrà sperare di risollevarsi dall’apatia che la sta consumando”.
Queste dichiarazioni, fatte nel mese di marzo di quest’anno da Monsignor Mario Russotto vescovo della diocesi nissena, sono la cruda realtà che la nostra città continua a vivere e che nel tempo anziché migliorare peggiorano.
In questi giorni a causa dei vari scioperi e proteste di intere categorie, che rappresentano buona parte della nostra economia, ci ritroviamo con parte degli scaffali dei supermercati vuoti, con gli ortaggi e la frutta che hanno visto quasi triplicare il loro prezzo.
Il gasolio è arrivato a circa euro 2,30 alla pompa, un pieno di un’utilitaria costa circa il 40% in più rispetto a sei mesi fa.
Chi, in campagna elettorale, aveva fatto video e spot sul totale abbattimento delle accisi, si è accorto che sarebbe un salasso per le entrate del nostro Paese Italia. Paese che vive una crisi strutturale da anni e che basta un qualunque “scossone” per fare crollare questo castello di carte.
Ma la politica ha il dovere di guardare la realtà e non voltarsi dall’altra parte, ha il dovere di ascoltare le istanze di chi protesta perché non riesce ad arrivare a fine mese. Gli autotrasportatori, gli studenti, gli agricoltori, i pescatori, i pensionati e la gente comune che protesta non sono “rivoluzionari sovversivi” sono persone, e la maggioranza di loro si alza la mattina per lavorare e portare a casa, dopo 8/12 ore di lavoro, quella serenità economica che oggi non c’è più.
LAVORO, signori politicanti di oggi, una parola, probabilmente, a voi sconosciuta. Però a fine mese avete compensi, prelevati dalle tasche dei cittadini, che un lavoratore medio, impiega due- tre mesi per guadagnarli. Ora siate degni della vostra retribuzione e lavorate non per il bene dei vostri figli ma per il bene dei figli di questa città. Marat
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