Sommario: Scontro nella maggioranza sul futuro della medicina territoriale. Emendamenti di Fratelli d’Italia e Lega bloccano la riorganizzazione dei medici di medicina generale, scatenando la protesta delle Regioni e mettendo a rischio i piani di rilancio dell’assistenza primaria.
Il percorso di riforma della medicina territoriale subisce una brusca battuta d’arresto. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello del piano di riorganizzazione della sanità pubblica, fortemente sostenuto dal Ministro della Salute Orazio Schillaci e dalle amministrazioni regionali, è stato congelato proprio da una parte della maggioranza di governo. I partiti di centrodestra hanno infatti presentato una serie di emendamenti che, nei fatti, svuotano e rinviano la riforma dei medici di famiglia.
Il nodo della riforma
Il progetto originario puntava a ridisegnare il ruolo dei medici di medicina generale (MMG), legando maggiormente la loro attività alle nuove Case della Comunità previste dal PNRR. L’obiettivo era superare l’attuale modello basato sui singoli studi privati convenzionati, spingendo verso un’integrazione strutturata nel Servizio Sanitario Nazionale, con vincoli di reperibilità più stringenti e una maggiore collaborazione con gli specialisti per alleggerire la pressione sui pronto soccorso.
L’altolà di Fratelli d’Italia e Lega
A bloccare l’iter sono stati alcuni emendamenti cruciali depositati da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega. Le modifiche approvate o in discussione rinviano l’applicazione dei nuovi contratti e depotenziano l’obbligatorietà della presenza dei medici nelle Case della Comunità, mantenendo di fatto lo status quo.
Dietro questa mossa si cela la forte pressione esercitata dai principali sindacati di categoria, storicamente contrari a una “dipendenza” di fatto dalle ASL e intenzionati a difendere l’autonomia della libera professione convenzionata. Una linea che ha trovato sponda nei partiti di maggioranza, preoccupati anche dalle ricadute elettorali di uno scontro frontale con la categoria medica.
Regioni in rivolta e il silenzio del Ministero
La decisione del centrodestra ha incrinato i rapporti con i governatori regionali, inclusi quelli dello stesso colore politico del governo. Le Regioni, che si trovano a dover gestire concretamente i fondi del PNRR e le scadenze per l’apertura delle Case della Comunità, vedono ora svanire lo strumento principale per far funzionare queste strutture: il personale medico. Senza i medici di base all’interno delle nuove mura, il rischio concreto è quello di inaugurare “scatole vuote”.
Dal Ministero della Salute filtra imbarazzo. Il ministro Schillaci, che aveva fatto della medicina di prossimità una bandiera del suo mandato, si trova sconfessato dai suoi stessi partiti di riferimento, evidenziando una faglia profonda tra le esigenze tecniche dei bilanci sanitari e le tutele politiche della maggioranza.
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