Il meloniano Razza “Elezione diretta? No agli escamotage” In primavera ci sarà il voto di secondo livello
«Se arriva la deroga da Roma, la legge è pronta», assicuravano diversi deputati regionali del centrodestra. Ma la deroga non è arrivata.
E così, la legge che avrebbe dovuto ripristinare il voto diretto per le ex Province, può finire nel cestino. Insieme a tante altre. Finite in un binario morto a causa delle liti nella maggioranza.
Sulle Province, è arrivata la resa.
Dopo diverse puntate in cui la legge per il voto diretto era apparsa all’Ars, era stata bocciata, era stata promessa nuovamente e mentre la Corte costituzionale bocciava i commissariamenti fiume che venivano di volta in volta prorogati.
È arrivata la resa, ma tra veleni e tensioni.
Come quelle tra il governatore Renato Schifani e l’europarlamentare Ruggero Razza, vicinissimo
al ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci. «Bisognerà seguire la legge attuale e andare alle elezioni di secondo livello», ha tagliato corto l’europarlamentare, in una intervista per lasicilia.it, rimandando alla modifica della legge Delrio: «Il resto sono scaramucce locali – ha aggiunto – il tentativo molto siciliano di dire andiamo a Roma e cerchiamo un amico buono
che ci aiuta a trovare un escamotage ». Parole che non sono piaciute al governatore. «Un dato è
certo, c’è stata una battuta di arresto.
Ormai bisogna proseguire con l’attuazione della legge Delrio».
Una legge che non piace a Schifani che si rammarica del mancato voto degli emendamenti presentati pochi giorni fa alla Camera dalla deputata della Lega Valeria Sudano che ha poi coinvolto anche altri politici di diverse forze, da Tommaso Calderone di Forza Italia a
Saverio Romano di Noi Moderati.
La proposta prevedeva una deroga per la Sicilia. Ma la maggioranza, a Roma, si è divisa: il presidente della commissione Bilancio, il forzista Giuseppe Mangialavori, aveva dichiarato ammissibile l’emendamento, il presidente della commissione Ambiente, Mauro Rotelli di Fdl, si è opposto. Insomma, i meloniani hanno detto di no, in attesa di una riforma per tutto il
territorio nazionale a cui starebbe lavorando il governo.
E così, come detto, la riforma dell’Ars, pronta per il varo, è già affondata.
Come, del resto, era toccato a un tentativo analogo precedente. Ma non sono gli unici casi. Una settimana fa, si è arenata la riforma sulla dirigenza.
Anche in questo caso, a implodere è la maggioranza.
Il tentativo di reintrodurre una norma per le assunzioni dei comandati ha fatto nuovamente saltare sulla sedia il governatore che ha chiesto, tramite l’assessore alla Funzione pubblica Andrea Messina, il «ritiro dell’intero provvedimento».
Il voto finale, previsto per martedì scorso, è stato infatti rimandato sine die.
E lì, in Commissione affari istituzionali, da mesi giace anche la riforma degli enti locali che conteneva modifiche riguardanti le poltrone di assessori, i supplenti, la parità di genere,
le indennità e diversi temi che avevano creato una balcanizzazione della maggioranza.
Che di fronte ai numeri piuttosto incerti, ha dovuto battere in ritirata.
Anche quella riforma è finita nel cestino.
Anzi, nel cimitero delle riforme.

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