Dopo lo stop dell’Ars, i primi cittadini dei piccoli comuni annunciano la candidatura nonostante il divieto regionale. Nel mirino la disparità con il resto d’Italia e il parere della Consulta.
In Sicilia la politica locale è sull’orlo di una vera e propria rivolta istituzionale. Al centro del contendere c’è il terzo mandato per i sindaci dei comuni sotto i 15.000 abitanti: una possibilità già realtà nel resto d’Italia, ma rimasta “congelata” nell’Isola a causa del mancato recepimento della norma nazionale da parte dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars).
“È l’assurdo: un deputato può restare in sella per otto mandati, mentre a un sindaco di un piccolo comune è vietato il terzo”, sbotta Paolo Amenta, presidente regionale dell’Anci. La frustrazione dei territori si è trasformata in azione. Un gruppo di sindaci “ribelli” ha deciso di forzare la mano: si candideranno comunque alle prossime amministrative di primavera, sfidando apertamente il voto dell’Aula che, tra franchi tiratori e veti incrociati, ha affossato la riforma per ben due volte.
In prima linea ci sono Leonardo Burgio (Serradifalco), Maria Greco (Agira) e Francesca Draia (Valguarnera). A loro potrebbero aggiungersi presto altri colleghi, come Francesco Re (Santo Stefano di Camastra), mentre per il 2027 la platea degli esclusi eccellenti è destinata ad allargarsi esponenzialmente.
La strategia dei sindaci non è un salto nel buio, ma poggia su una base legale recente.
Il 19 febbraio scorso, la Corte Costituzionale è intervenuta su un caso simile in Valle d’Aosta, stabilendo che, in materia di eleggibilità, anche le Regioni a statuto speciale devono uniformarsi ai principi statali.
“La Corte ha tracciato un indirizzo inequivocabile – spiega Leonardo Burgio – rendendo di fatto superata la decisione dell’Ars. Il diritto all’eleggibilità deve essere uniforme in tutta Italia”.
Per Maria Greco (Pd), si tratta di una vera “battaglia di civiltà giuridica”, tanto da richiedere l’intervento formale del governo nazionale.
Cosa succederà quando questi sindaci depositeranno le liste? Lo scenario più probabile è una battaglia legale a tappe.
- L’esclusione: Gli uffici elettorali, seguendo la legge regionale vigente, dovrebbero ricusare le candidature.
- Il ricorso: I candidati impugneranno il provvedimento. Secondo l’amministrativista Agatino Cariola, la palla passerà probabilmente al giudice civile, trattandosi di un diritto soggettivo.
- L’incertezza: Questo doppio binario giudiziario potrebbe mettere a rischio non solo i sindaci, ma la stabilità di intere liste elettorali.
Mentre il fronte siciliano resta arroventato, la partita si sposta a Roma. Il segretario regionale della Lega, Nino Germanà, insieme al sindaco Burgio, incontrerà l’ufficio legislativo del ministro Calderoli. L’obiettivo è un decreto legge che sani la situazione siciliana, imponendo d’autorità l’uniformità nazionale basata sulla sentenza della Consulta.
Se la politica non troverà una sintesi veloce, saranno le aule di tribunale a decidere il futuro amministrativo di decine di comuni siciliani, in quello che si preannuncia come un terremoto istituzionale senza precedenti per l’autonomia isolana.
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