Tensioni tra Governo e magistratura sugli arretrati retributivi.La Premier annuncia di non voler firmare il decreto per gli adeguamenti da quasi un miliardo di euro, ma la procedura andrà avanti comunque con un commissario ad acta e fondi già a bilancio.
«Non posso mettere la mia firma su un decreto con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando per gli autotrasportatori».
È con queste parole che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di alzare il muro contro l’adeguamento retributivo destinato alle toghe italiane. Un’uscita condita da un guanto di sfida lanciato direttamente ai giudici amministrativi: «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità».
Tuttavia, dietro l’intransigenza esibita a favore di camera, la ricostruzione dei fatti e dei passaggi burocratici rivela uno scenario nettamente diverso. Un’impalcatura comunicativa che la stampa e gli addetti ai lavori non esitano a definire un vero e proprio “bluff”.
Il nodo del contendere: un diritto riconosciuto per legge
Alla base della vicenda non c’è una concessione discrezionale del governo, bensì una condanna giudiziaria. Il Consiglio di Stato ha accertato che la Presidenza del Consiglio ha calcolato in modo errato l’adeguamento automatico triennale delle retribuzioni dei magistrati per i due trienni precedenti (meccanismo che aggancia le toghe alla media degli aumenti del pubblico impiego). Risultato: un credito complessivo da 970 milioni di euro in arretrati dovuto per legge.
Perché la mossa della Premier è un bluff
L’opposizione simbolica del Capo del Governo è destinata a produrre zero effetti pratici sul piano contabile e amministrativo, per tre ragioni fondamentali:
- La firma del Commissario ad Acta: Di fronte all’inerzia di Palazzo Chigi, l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha già formalizzato nell’udienza del 13 ottobre la richiesta di nomina di un commissario ad acta. Si tratta di un funzionario incaricato dal Consiglio di Stato che adotterà il decreto al posto dell’esecutivo. La nomina è imminente: l’atto verrà firmato comunque, scavalcando la scelta politica della Premier.
- I fondi sono già stati coperti: Contrariamente alla narrazione di una caccia alle risorse strappate ad altri settori in difficoltà (come quello del trasporto), le coperture finanziarie per gli arretrati risultano già stanziate all’interno della Legge di Bilancio. Il percorso dei fondi è tracciato e non richiede scostamenti d’emergenza.
- Il confronto con gli altri stipendi pubblici: L’indignazione politica stride inoltre con i recenti provvedimenti adottati per la stessa Presidenza del Consiglio. A fine febbraio, con il rinnovo contrattuale per il triennio 2019/2021, ai 277 dirigenti di Palazzo Chigi sono stati riconosciuti aumenti medi di 558 euro lordi al mese e arretrati fino a 46 mila euro lordi. cifre nettamente superiori rispetto agli adeguamenti previsti per i magistrati (circa 130 euro lordi mensili per il triennio 2021-23 e 270 euro per il 2024-26, con un tetto massimo agli arretrati di 17 mila euro).
Con la nomina ormai certa del commissario, la partita si chiuderà sul piano istituzionale esattamente come previsto dalla legge. La linea del “non firmo”, dunque, si traduce in un mero posizionamento politico, utile per la narrazione pubblica ma del tutto inefficace nel bloccare i versamenti dovuti.
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