Teheran e Muscat trattano la riorganizzazione del traffico nel Golfo Persico. Con l’introduzione di tariffe sui carichi, l’Iran potrebbe incassare fino a 100 miliardi di dollari all’anno. Washington resta in stallo tra l’esigenza di una tregua e il rischio di un precedente pericoloso.
Il nuovo assetto del canale e il nodo delle tariffe
Il futuro dello Stretto di Hormuz — il punto di snodo energetico più strategico del pianeta — rischia di trasformarsi in un vero e proprio rompicapo per l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Secondo le indiscrezioni sui negoziati in corso tra Iran e Oman, l’intesa in fase di definizione prevede un’inedita divisione dei flussi marittimi: le navi dirette verso l’interno del Golfo Persico navigheranno nelle acque territoriali iraniane, mentre quelle in uscita transiteranno per le acque omanite.
Ma è la clausola economica a far tremare i mercati e le diplomazie occidentali. Teheran intende introdurre un pedaggio obbligatorio sul transito navale, motivato ufficialmente dalla necessità di coprire i costi per la sicurezza marittima, la protezione ambientale e le coperture assicurative.
La richiesta iraniana prevede un’aliquota compresa tra il 5% e il 7% del valore del carico, mentre l’Oman spinge per una quota più contenuta intorno al 3%. Se l’ipotesi più alta dovesse concretizzarsi, Teheran si assicurerebbe un’entrata monstre fino a 100 miliardi di dollari all’anno, una rendita di posizione senza precedenti che altererebbe radicalmente gli equilibri post-bellici.
Il dilemma della Casa Bianca e la clausola sui “Paesi ostili”
Per Washington la situazione rappresenta un complesso dilemma strategico. Da un lato, il perfezionamento dell’accordo garantirebbe una tregua di 60 giorni, un risultato politico che l’amministrazione Trump accoglierebbe favorevolmente nell’immediato. Lo stesso presidente statunitense ha confermato che i colloqui “sono in corso” e che annunci ufficiali potrebbero arrivare a breve.
Dall’altro lato, però, l’imposizione di un dazio marittimo sulle navi commerciali consegnerebbe all’Iran una leva di ricatto economico su scala globale. A complicare ulteriormente il quadro interviene un disegno di legge appena presentato al Parlamento di Teheran: il provvedimento punta a vietare del tutto il transito nello Stretto alle imbarcazioni dei Paesi considerati “ostili” — in primis Stati Uniti e Israele — a meno che non paghino ingenti risarcimenti di guerra.
Incertezza ai vertici di Teheran: il rebus Mojtaba Khamenei
Mentre prosegue l’offensiva diplomatica sullo Stretto, la politica interna iraniana è attraversata da profonde turbolenze legate alla successione e alla tenuta del potere. Si rincorrono infatti voci sulle condizioni di salute critiche della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, subentrato al padre rimasto ucciso nei primi raid condotti da USA e Israele.
Dall’inizio delle ostilità, la nuova Guida Suprema non ha effettuato apparizioni pubbliche né incontrato esponenti dell’esecutivo. Lo stesso presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso apertamente le difficoltà di comunicazione con i vertici religiosi, lasciando intravedere una possibile crisi di comando al cuore del regime.
La risposta della regione: nasce l’asse Arabia Saudita-Pakistan-Turchia
Gli stravolgimenti nel Golfo stanno accelerando il riallineamento delle potenze regionali. A Gedda è prevista la firma di un accordo tripartito di mutua difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.
L’alleanza, in discussione da mesi ma giunta a una rapida fumata bianca a causa dell’escalation militare, punta a creare un polo di stabilità e deterrenza indipendente sia dalla pressione statunitense sia dall’espansionismo iraniano, delineando la nascita di un nuovo blocco di sicurezza nel Medio Oriente.
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