Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla nuova e discussa riforma sui rimpatri dei migranti irregolari. Il provvedimento rappresenta l’ultimo pilastro operativo che va a integrare l’impianto del Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, segnando un netto cambio di passo verso una politica di gestione dei flussi decisamente più centralizzata e orientata alla sicurezza dei confini esterni. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee è colmare il divario tra i decreti di espulsione emessi e i rimpatri effettivamente eseguiti, una quota che storicamente nell’Unione non ha mai superato il 20-30% complessivo.
La riforma introduce meccanismi più rigidi e tempi decisamente più lunghi per la gestione dei cittadini stranieri non aventi diritto a rimanere sul territorio europeo. Tra le novità principali figura il trattenimento fino a 24 mesi, che estende il limite massimo di tempo in cui uno Stato membro può trattenere un migrante irregolare all’interno delle strutture di sorveglianza, come i CPR in Italia. Questo prolungamento viene giustificato dalla necessità di completare i complessi iter di identificazione con i Paesi d’origine, spesso rallentati da intoppi burocratici.
Un altro punto cardine riguarda l’esternalizzazione e i rapporti con i Paesi terzi. Le nuove regole legittimano e standardizzano il trasferimento dei migranti in attesa di espulsione verso Paesi terzi ritenuti sicuri. Gli Stati membri potranno stringere accordi bilaterali, sulla scia del modello sperimentato dall’Italia con l’Albania, per delegare l’esecuzione materiale delle procedure di rimpatrio al di fuori dei confini comunitari.
Viene inoltre formalizzata legalmente la procedura di frontiera attraverso la cosiddetta finzione di non ingresso. Chi viene intercettato al confine o sbarca a seguito di un salvataggio verrà sottoposto a uno screening rapido direttamente in aree di transito dedicate. Dal punto di vista giuridico, pur trovandosi fisicamente nel territorio della UE, il migrante verrà considerato come non ancora entrato, velocizzando l’espulsione immediata in caso di esito negativo della domanda di protezione. Per evitare che un migrante colpito da espulsione in uno Stato si rifugi in un altro Paese UE per ricominciare il ciclo, viene istituito un ordine di rimpatrio europeo, ossia un provvedimento unico digitale, tracciato in tempo reale da Frontex, valido e vincolante in tutta l’Unione.
Il voto ha spaccato l’emiciclo di Bruxelles, riflettendo le profonde tensioni etiche e politiche che il tema solleva da anni. I gruppi di centro-destra e i governi nazionali difendono la riforma definendola una misura di pragmatismo non più rimandabile. Secondo i sostenitori, senza rimpatri rapidi ed efficaci per chi non ha diritto all’asilo, l’intero sistema di accoglienza economico e sociale europeo rischia il collasso e perde di credibilità agli occhi dei cittadini.
Al contrario, le organizzazioni per i diritti umani e le opposizioni progressiste parlano di smantellamento del diritto d’asilo. Sotto accusa ci sono in particolare i due anni massimi di trattenimento, considerati una detenzione amministrativa sproporzionata, e il rischio che i trasferimenti verso i Paesi terzi aggirino il principio internazionale di non-refoulement, ovvero il divieto di respingere le persone verso territori in cui rischiano la vita o trattamenti disumani.
Mentre gli Stati membri, tra cui l’Italia che ha già avviato i disegni di legge per l’attuazione interna dei regolamenti comunitari, iniziano ad adeguare le proprie strutture e normative nazionali, la Commissione Europea monitorerà l’applicazione tecnica delle nuove norme tramite l’Agenzia UE per l’Asilo e Frontex. La sfida nei prossimi mesi si sposterà soprattutto sul piano diplomatico, poiché l’efficacia del nuovo piano dipenderà interamente dalla disponibilità dei Paesi terzi a firmare accordi di riammissione stabili con l’Europa.
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