Il presidente americano dichiara l’esistenza di trattative in corso per la riapertura dello Stretto di Hormuz e il nucleare, minacciando il prosieguo del blocco navale. Dal ministero degli Esteri iraniano arriva la smentita sui colloqui diretti, mentre sul campo si registrano nuovi raid nel sud del Libano e tensioni con droni e raid regionali.
Il pressing di Washington: “Trattative in corso, ultima possibilità”
Rientrano o si trasformano gli scenari della crisi in Medio Oriente dopo le infuocate dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump. Dallo Studio Ovale e dall’Air Force One, la Casa Bianca ha fatto sapere che sono in corso complessi canali di dialogo, definiti da Trump come «l’ultima possibilità per l’Iran di firmare un buon accordo».
Secondo la ricostruzione offerta dalla presidenza Usa, gli Stati Uniti erano pronti a lanciare un attacco militare di proporzioni inedite — «il più duro dalla Seconda guerra mondiale» —, revocato solo a seguito delle interlocuzioni diplomatiche avviate con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e lo stesso Iran.
La strategia americana si articola su due fasi prioritarie:
- Riapertura dello Stretto di Hormuz: Trump ha dichiarato di voler ripristinare la navigazione, ribadendo che la Marina Usa mantiene il controllo totale dell’area attraverso un rigoroso blocco navale e smentendo le pretese di Teheran di imporre pedaggi o restrizioni.
- Denuclearizzazione dell’Iran: Un capitolo complesso che, nelle intenzioni di Washington, rappresenterà il perno del secondo ciclo di colloqui per garantire la stabilità di lungo periodo.
La replica di Teheran: smentite e fermezza difensiva
Nonostante l’apertura dichiarata da Washington, il quadro resta contraddittorio. Il Ministero degli Esteri iraniano ha ufficialmente smentito l’esistenza di negoziati diretti in corso con gli Stati Uniti, ribadendo di non condurre trattative vis-à-vis con la Casa Bianca e precisando che eventuali contatti indiretti avvengono unicamente tramite la mediazione del Pakistan e del supporto del Qatar.
In parallelo, le autorità di Teheran hanno smentito anche le voci su un ruolo di mediazione affidato alla Cina, definendo Pechino un partner amichevole ma non un negoziatore formale del dossier.
Dal canto suo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato che Teheran «non intende alimentare tensioni o insicurezza nella regione», ma ha al contempo assicurato che il Paese risponderà «con tutte le proprie forze per difendere l’integrità territoriale e gli interessi nazionali». Tensioni che restano palpabili anche nei cieli dello Stretto, dove i media iraniani hanno rivendicato l’abbattimento di un drone spia statunitense MQ-9 Reaper, episodio tuttavia non confermato dal Pentagono.
Focolai d’incendio e sviluppi regionali: Libano ed esecuzioni a Teheran
Mentre la diplomazia tenta faticosamente di ritagliarsi uno spazio, sul campo della regione non si fermano le ostilità:
- Scontri nel sud del Libano: I media locali riferiscono di intensi bombardamenti condotti dalle forze israeliane nell’area meridionale del Paese (tra cui le località di Yaroun, Arnoun e Bint Jbeil), con accuse relative all’impiego di bombe al fosforo che avrebbero innescato vasti incendi negli uliveti della zona.
- Mano dura sull’intelligence: A Teheran le autorità hanno annunciato l’esecuzione di due persone condannate con l’accusa di spionaggio a favore del Mossad israeliano, imputate di aver trasmesso informazioni riservate e coordinate di centri militari strategici.
Reazione dei mercati: crolla il greggio sulle speranze di intesa
Le indiscrezioni relative all’apertura dei canali negoziali e al possibile sblocco dello Stretto di Hormuz hanno immediatamente prodotto effetti sui mercati finanziari globali.
Il prezzo del petrolio ha registrato una netta flessione, guidata dalle speranze degli operatori per una de-escalation del conflitto:
- Il contrattato WTI ha subito un crollo di circa il 5,88%, scivolando al di sotto della soglia soglia psicologica degli 80 dollari (a 79,75 $ al barile).
- Il Brent si è attestato in forte calo a 83,51 dollari al barile (-5,03%).
Il raffreddamento della febbre energetica riflette il cauto ottimismo degli investitori, in attesa di capire se i canali diplomatici regionali riusciranno a tradurre le dichiarazioni d’intento in un cessate il fuoco duraturo.
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