Lo scacchiere mediorientale vive ore di storica transizione. Dopo giorni di intensi negoziati diplomatici e la formalizzazione a distanza del cessate il fuoco, l’accordo tra Washington e Teheran entra ufficialmente nella sua fase operativa. Il testo del Memorandum of Understanding ridefinisce gli equilibri globali, ma a fare rumore sono soprattutto le frizioni interne all’asse tra Stati Uniti e Israele, culminate in una clamorosa e colorita uscita del presidente americano Donald Trump.
Dietro le quinte e nelle dichiarazioni pubbliche, la tensione tra la Casa Bianca e il governo israeliano è ormai evidente. Nel commentare la rigidità di Tel Aviv rispetto all’accordo strategico appena siglato con Teheran, il presidente Donald Trump si è lasciato andare a una battuta tranchant che fotografa la complessità dei rapporti attuali: «Dobbiamo mantenere Netanyahu sano di mente». Una frase che da un lato conferma la centralità del Primo Ministro israeliano nei piani di Washington, ma dall’altro tradisce il timore che un’azione unilaterale dello stato ebraico possa far saltare l’intera impalcatura diplomatica.
Da parte sua, Benjamin Netanyahu ha preferito non commentare direttamente la provocazione, preferendo ribadire la linea della fermezza assoluta nei confronti della repubblica islamica: «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare finché sarò io il premier». Una posizione che si scontra frontalmente con la strategia di distensione di Trump, incentrata sul consolidamento dei 14 punti del Memorandum (che prevedono rigidi paletti sul nucleare a fronte di concessioni economiche).
Dall’Iran è intanto arrivata la conferma ufficiale del massimo avallo politico all’intesa. La Guida Suprema, Mushtaba Khamenei, ha dichiarato pubblicamente di aver concesso il proprio definitivo “via libera” al memorandum, pur ridimensionando l’iniziativa della Casa Bianca come una mossa dettata dalla necessità di uscire da un vicolo cieco militare ed economico: «Ho dato il mio ok al memorandum, ma Trump ha agito per pura debolezza».
Poco dopo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha alzato la posta, vincolando la tenuta dell’accordo al quadro regionale: «Senza un totale ritiro di Israele dal Libano, il memorandum d’intesa con gli Stati Uniti sarà considerato nullo».
In questo clima di forte tensione diplomatica, è intervenuto con durezza anche il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, rivolgendo un avviso perentorio ai falchi del governo israeliano: «Israele non attacchi questo accordo. Gli Stati Uniti sono il loro unico vero alleato». Vance ha poi cercato di rassicurare i mercati e la comunità internazionale sul fronte commerciale, annunciando lo sblocco delle vie marittime: «Lo Stretto di Hormuz è aperto e sicuro; sono già transitate le prime 12 navi iraniane».
Mentre i leader del G7, riuniti nei giorni scorsi a Evian, hanno espresso parziale soddisfazione per la svolta negoziale, il presidente francese Emmanuel Macron ha predicato estrema prudenza. Nel corso dei bilaterali, Macron ha gelato i facili entusiasmi: «Non credo affatto che la guerra tra Stati Uniti e Iran sia completamente finita. La strada per una pace solida e duratura è ancora lunga».
L’accordo geopolitico comincia intanto a produrre i primi effetti tangibili anche in Europa e in Italia, dove l’Istat ha certificato l’impatto economico della crisi con un’inflazione salita al 3,2% a maggio, trainata proprio dai costi energetici del conflitto. La riapertura di Hormuz e il dispiegamento dei cacciamine italiani nel Golfo segnano l’inizio di una delicata fase di monitoraggio.
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