Ci sono momenti in cui il tempo sembra rallentare, in cui le parole si fanno piccole e gli sguardi diventano linguaggio. Oggi è stato uno di quei momenti.
L’occasione è stata determinata dalla passione dell’infaticabile Ottavio Bruno che, accompagnato da Antonio Mosca, ha consegnato al Capitano per antonomasia una maglia per ricordare il torneo giovanile svolto nella Parrocchia di Santa Flavia la scorsa estate. La “brigata” era composta da amici, alcuni anche giocatori iconici del calcio nisseno: Giovanni Italia, il figlio Gianluca, Christian Caccetta, Francesco Di Gaetano, Alessandro Silverio e Donatello Polizzi.
Un incrocio di amici, compagni di squadra, poi allenatori, in cui gli aneddoti e l’amicizia dei convenuti hanno giocato un ruolo determinate.
Davide, Giovanni Italia e Ciccio Di Geatano hanno poi consegnato una targa a Cristian Caccetta, giocatore simbolo ed anche lui capitano della Nissa. Infine Caccetta, a sorpresa, ha ‘tirato’ fuori la maglia di Davide (Stagione 1990-91), incorniciata, con due fasce da capitano (una quella della vittoriosa stagione 1994-95, promozione della Nissa in serie D, e l’altra stilizzata con la figura di Davide)
Dominante, come sempre, l’onore di incontrare Davide La Paglia, grande calciatore e uomo di straordinaria forza, che affronta con dignità e coraggio la sfida più dura: la SLA. Una visita semplice, senza clamori, ma carica di autenticità e di rispetto. Non un evento, ma un incontro. Non una passerella, ma una stretta di cuore.
Attorno al suo letto si è raccolto un gruppo di amici, compagni, estimatori. Volti segnati dall’emozione, sorrisi trattenuti, mani che si sono cercate. Abbiamo consegnato alcuni doni simbolici: una maglia incorniciata, ricordi di campo, testimonianze tangibili di una carriera che ha fatto sognare e di un legame che il tempo e la malattia non hanno scalfito. Oggetti che parlano di partite, sacrifici, vittorie. Ma soprattutto di appartenenza.
Davide ci ha accolti con quello sguardo che dice tutto: gratitudine, forza, presenza. In quella stanza non c’era spazio per la retorica, ma solo per la verità dei sentimenti. Perché il calcio, quando è autentico, non è soltanto sport: è comunità, è memoria condivisa, è famiglia.
La manifestazione di oggi è stata sobria, raccolta, ma densa di significato. È stata la dimostrazione che nessuno viene lasciato solo, che la storia di un uomo non si interrompe davanti alla malattia, che l’affetto è una forma concreta di resistenza. Siamo tornati a casa con la consapevolezza che il vero dono non è stato quello consegnato, ma quello ricevuto: una lezione silenziosa di coraggio e di umanità. A Davide, il nostro grazie. Per ciò che è stato in campo. Per ciò che continua a essere, ogni giorno, nella vita.
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