A un anno di distanza dall’inaugurazione del Centro di Gjadër in Albania si può dire che i Cpr sono stati un flop sotto tutti i profili
A quasi due anni di distanza – era novembre 2023 – dalla firma del protocollo Roma- Tirana e a un anno di distanza dall’inaugurazione della struttura di Gjadër, una certezza è acquisita: contrariamente a quanto va dicendo Giorgia Meloni, i centri per il rimpatrio (Cpr) in Albania non funzionano.
La verità sta nei numeri e non nella propaganda. Attualmente sono presenti appena 25 persone a Gjadër.
La missione a Gjadër
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai), in collaborazione con il gruppo di contatto parlamentare, composto da deputati e senatori ed eurodeputati, ha svolto martedì una nuova missione di monitoraggio presso il centro di Gjader, in cui oggi vengono trattenute persone trasferite dai Centri di permanenza per il rimpatrio italiani.
La missione, alla presenza dei parlamentari Matteo Orfini, Rachele Scarpa e Riccardo Magi, si è svolta in un momento di particolare rilievo politico e giuridico, a seguito dell’ordinanza della Corte di Cassazione, che ha disposto un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione europea (Cgue).
La Suprema Corte ha chiesto alla Cgue di valutare se il Protocollo Italia–Albania sia compatibile con la Direttiva europea sui rimpatri, sottolineando che il trattenimento in Albania avviene in un Paese terzo non membro dell’Ue e potrebbe quindi non rispettare le garanzie e i limiti stabiliti dal diritto europeo in materia di privazione della libertà personale.
La verità del fallimento dei Cpr in Albania sta nei numeri
E ritorniamo sui numeri. Da agosto i trasferimenti dall’Italia proseguono regolarmente, circa ogni due settimane, con un aumento a una frequenza settimanale da ottobre; l’ultimo identificativo assegnato è il numero 219. Vuol dire che in un anno circa sono passate 219 persone appena. Attualmente sono presenti 25 persone, con una media stabile di 20 e un minimo registrato di 12.
Un quadro che solleva forti perplessità sul piano dei diritti e sui costi di una struttura costruita e mantenuta con ingenti risorse pubbliche, ma utilizzata solo in minima parte: un vero e proprio spreco di denaro pubblico a fronte di risultati inconsistenti e di gravi ricadute sui diritti delle persone coinvolte.
Circa il 70% delle persone trattenute è stato riportato in Italia per mancata convalida del trattenimento, mentre il restante 30% riguarda casi di non idoneità o rimpatri disposti dall’Italia.
Opacità sui trasferimenti
Ulteriori elementi di criticità riguardano la mancanza di trasparenza nei trasferimenti: gli ultimi sono avvenuti in aereo da Torino, quindi non monitorabili dalla società civile, mentre i ritorni verso l’Italia continuano via mare, in orari notturni, senza garanzie di tracciabilità e monitoraggio indipendente. Le persone trattenute provengono principalmente da Algeria, Marocco, Senegal e Costa d’Avorio, con la presenza di un cittadino siriano e uno sudamericano.
Criticità nella detenzione e nell’assistenza sanitaria
È stato inoltre rilevato che alcune persone assumono psicofarmaci, che sembrano essere proposti a molti trattenuti, sollevando gravi preoccupazioni sulle condizioni psico-fisiche e sulle modalità di assistenza sanitaria all’interno della struttura.
“Le previsioni iniziali del governo parlavano di 3mila persone al mese da detenere, con un turnover molto accentuato, fino a 36mila persone l’anno. In questo momento ci sono 25 persone, momento peraltro in cui la media è abbastanza elevata”, ha dichiarato Magi, segretario di +Europa.
“Il problema principale ovviamente è la lesione dei diritti, ma visto che siamo in periodo di legge di bilancio è giusto parlare di costi. Si dice che non ci sono risorse per nulla, ma il governo secondo i nostri calcoli spende un miliardo in cinque anni. Il governo dà cifre diverse e dice che si tratta di 130 milioni l’anno per 5 anni, ma sono comunque dati preoccupanti. Se dedicati a 200 migranti, si parla di circa 650mila euro per migrante”, ha affermato il dem Orfini.
Il costo della propaganda
ActionAid e UniBari per la prima volta hanno ricostruito quanti milioni sono stati effettivamente impegnati per l’allestimento fino a marzo di quest’anno. Ebbene 570mila euro sono i pagamenti fatti dalla Prefettura di Roma all’ente gestore Medihospes per 5 giorni di reale operatività: 114mila euro al giorno per detenere 20 persone, tra metà ottobre e fine dicembre 2024, liberate poi tutte in poche ore.
A Gjader, a fine marzo, erano stati realizzati 400 posti: per la sola costruzione (compresa la struttura non alloggiativa di Shengjin) sono stati sottoscritti contratti, con un uso generalizzato dell’affidamento diretto, per 74,2 milioni. L’allestimento di un posto effettivamente disponibile in Albania è costato oltre 153mila euro.
Fonte lanotiziagiornale.it di Raffaella Malito
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