Una nuova bufera diplomatica scuote i rapporti tra l’Unione Europea e il governo israeliano. Le ultime esternazioni del ministro per la Sicurezza Nazionale di Tel Aviv, l’esponente della destra radicale Itamar Ben Gvir, hanno provocato la durissima reazione delle istituzioni comunitarie, riaprendo contestualmente la spaccatura interna tra i Ventisette sulla linea da adottare nei confronti dei membri più estremisti dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu.
Le frasi dello scandalo: «Non sono persone, 30-40 eliminazioni a notte»
A scatenare la fermissima presa di posizione dell’Europa sono state le parole pronunciate da Ben Gvir nel corso di un’intervista rilasciata durante un podcast condotto da Rom Braslavski, ex ostaggio israeliano.
Durante il colloquio, il leader del partito nazionalista Otzma Yehudit ha criticato la gestione delle operazioni militari nella Striscia di Gaza, arrivando a teorizzare un piano di eliminazioni sistematiche:
«Dovremmo effettuare omicidi mirati a Gaza ogni notte, eliminando 30 o 40 persone. Non solo coloro che rappresentano un pericolo in quel momento: lì ci sono individui che non meritano di vivere. Non dovrebbero essere in vita. Non sono nemmeno persone».
La sconcertante teorizzazione di un target quotidiano fisso di vittime, slegato da qualsiasi minaccia armata imminente o dallo status di combattente, si aggiunge alle note posizioni del ministro favorevoli al blocco totale degli aiuti umanitari, al ricolonizzamento di Gaza e alle incursioni sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme.
La replica del Servizio diplomatico dell’Ue (EEAS)
Il Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) è intervenuto con una nota ufficiale redatta dal portavoce del corpo diplomatico dell’Unione, bollando le parole di Ben Gvir come «totalmente inaccettabili».
Bruxelles ha rimarcato che:
- Invocare uccisioni indiscriminate e sistematiche rappresenta un incitamento esplicito alla violazione del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni di guerra.
- La protezione e l’immunità dei civili non belligeranti costituiscono un principio giuridico e morale non negoziabile.
- Il governo di Tel Aviv è chiamato a prendere formale distanza dalle esternazioni del proprio ministro, giudicate lesive della credibilità istituzionale dello Stato di Israele e di ostacolo a qualsiasi sforzo di mediazione geopolitica.
Il nodo delle sanzioni: l’Europa divisa dall’obbligo dell’unanimità
Se sul piano della condanna verbale la posizione dell’Ue è netta, su quello delle contromisure pratiche emerge lo stallo politico e procedurale che paralizza le decisioni di politica estera comunitaria.
- Il blocco dei Paesi favorevoli ai provvedimenti: Governi come quelli di Italia, Spagna, Irlanda e Belgio chiedono da tempo l’adozione di sanzioni mirate (come il divieto di ingresso e il congelamento dei beni) contro i ministri radicali israeliani per incitamento all’odio ed estremismo.
- Iniziative unilaterali: Alcuni Stati membri, tra cui i Paesi Bassi, hanno già approvato autonomamente il divieto di accesso sul proprio territorio nazionale per Ben Gvir e per il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
- Il veto nel Consiglio Ue: A livello comunitario, l’Alta Rappresentante per la politica estera Kaja Kallas deve fare i conti con la mancanza di consenso. L’opposizione rigorosa di Paesi come Ungheria e Repubblica Ceca impedisce di raggiungere l’unanimità necessaria per inserire formalmente i ministri israeliani nella lista delle sanzioni Ue.
Le vicende giudiziarie e le tensioni pregresse
Per Ben Gvir si tratta dell’ennesimo capitolo di uno scontro diplomatico aperto anche con l’Italia. Il ministro israeliano è stato iscritto nel registro degli indagati presso la Procura di Roma in seguito agli episodi di violenza e al trattamento riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, fatti che avevano già condotto al richiamo formale e alle proteste del governo italiano.
Tuttavia, l’esplicita teorizzazione di un piano di uccisioni giornaliere ha spinto la diplomazia dell’Unione Europea a formulare uno dei richiami ufficiali più duri dall’inizio del conflitto, ponendo ancora una volta in evidenza la difficoltà dell’Ue nel tradurre la riprovazione morale in azioni sanzionatorie condivise.
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