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VONGOLATE. VONGOLATE PURE. Di Marinella Andaloro

Autore: Redazione Visualizzazioni: 416 Tempo di lettura: 10 Pubblicato il: 03/09/2026
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Una bomba esplode sotto casa di un giornalista. Dieci mesi dopo l’indagine ha un nome per ogni ruolo: quattro presunti esecutori, un presunto mandante in carcere, un intermediario ricercato. Il procedimento penale, per una volta, procede.

Nel frattempo se n’è aperto un secondo. Non in un’aula, sarebbe già una garanzia, ma dappertutto, senza contraddittorio e senza che nessuno debba provare alcunché. E l’imputato è la persona offesa.

L’attentato non è stato insabbiato: è stato metabolizzato, e restituito al pubblico sotto un’altra forma. Non più chi ha collocato quell’ordigno, ma con chi cenava Ranucci. Non più quali interessi disturbavano le sue inchieste, ma chi pagava il conto. Non più il fatto. Il contorno. Non più il documento. La pura vongola.

Se l’è cercata, direbbe qualcuno, ma i fatti stanno dove sono e vanno detti al condizionale che gli spetta. Il 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, a Pomezia: automobili distrutte, il muro perimetrale danneggiato, nessun ferito.

Seguono le indagini, l’arresto il 30 giugno di quattro presunti esecutori, il nome di Valter Lavitola, l’arresto del 10 agosto con l’aggravante del metodo mafioso e un mandato per il presunto intermediario, oggi latitante. Nessuna condanna: misure cautelari e un’accusa da provare.

Nell’ordinanza cautelare il giudice scrive che la bomba sarebbe stata commissionata per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti politici dell’indagato; e che nulla, allo stato degli atti, consente di affermare che Ranucci fosse consapevole di quel disegno; le carte lo descrivono semmai come oggetto di una manipolazione.

Due giorni dopo, nell’interrogatorio di garanzia, l’indagato ammette: “sono stato io il mandante”. E aggiunge una spiegazione da pièce teatrale, tutta sua: quella bomba sarebbe servita a proteggere l’amico, inducendo lo Stato ad accrescerne la scorta. La bomba affettuosa. L’intimidazione filantropica.

Poi arriva il 28 agosto 2026: la Rai rimuove Ranucci dalla conduzione di Report e dalla responsabilità autorale del programma. Nel giro di pochi giorni il dibattito pubblico riesce in un piccolo capolavoro di prestidigitazione. La bomba arretra. Le vongole avanzano.

Va detta anche l’ipotesi più prosaica, la meno appassionante: che non ci sia alcun disegno, e che un’azienda abbia semplicemente ritenuto ingestibile la posizione di un conduttore divenuto lui stesso la notizia. È possibile. Ma non salva nulla, perché è esattamente ciò che andava scritto nell’atto.

Una valutazione di opportunità aziendale è legittima e discutibile; un’omissione di motivazione è soltanto comoda. Quando la ragione vera non compare da nessuna parte non serve dimostrare un complotto: basta osservare che l’onere della prova è stato aggirato, e che a beneficiarne non è chi decide, ma chi non deve più spiegare.

Il problema comincia nel punto esatto in cui la critica smette di servire a comprendere il comportamento di un giornalista e diventa il congegno attraverso cui scompare tutto ciò di cui quel giornalista si occupava. Non si confutano le inchieste, i documenti: si discute Ranucci. Si ricostruiscono le cene. Un conto è chiedere a un giornalista di rispondere di ciò che ha fatto; un altro è che dieci mesi di indagine su una bomba si depositino, nella memoria pubblica, come una storia di ristoranti.

E mentre l’Italia si trasforma in una gigantesca commissione gastronomica d’inchiesta, chi per anni è stato destinatario di domande scomode può accomodarsi in platea. Senza fare nulla: è questo il dettaglio più elegante dell’intera architettura. Non deve smentire, non deve querelare, non deve dimostrare che un’inchiesta fosse falsa. Gli basta attendere che l’attenzione si trasferisca dal fatto al narratore. Compiuto il trasferimento, il lavoro è fatto.

Qui si misura la superiorità del rumore sulla censura. La censura dichiara il proprio nemico e genera una domanda pericolosa: perché non vogliono che io sappia? Il rumore non proibisce, disperde, e produce una domanda molto più comoda: perché dovrebbe interessarmi? Il potere più sofisticato non spegne il riflettore: ne accende cento, finché nessuno sa più dove guardare.

Alla fine è stato detto tutto e non è stato capito quasi nulla. Il cittadino si crede informatissimo perché possiede ogni dettaglio laterale: chi ha cenato, dove, con chi, chi ha pagato, forse persino che cosa c’era nel piatto. Gli manca una cosa sola. Il punto.

Per questo i dati sulla libertà d’informazione dovrebbero inquietarci assai più della sorte professionale di un singolo conduttore. Nel World Press Freedom Index 2026 l’Italia è al 56° posto su 180 Paesi, sette gradini persi in un anno; Reporters Without Borders segnala concentrazione proprietaria, intimidazioni, precarietà economica, azioni giudiziarie a scopo dissuasivo e oltre venti giornalisti sotto scorta. Il Digital News Report 2026 registra una fiducia nelle notizie scesa al 32 per cento. Ma il numero decisivo è un altro: soltanto il 16 per cento degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato alla politica. Ultimi fra quarantotto Paesi.

Perché una democrazia non si ammala quando qualcuno impedisce ai cittadini di sapere. Si ammala molto prima: quando i cittadini smettono di volerlo. L’aggressione sistematica alla verità di fatto non mira a imporre una menzogna universale ma a un risultato assai più duraturo: che non si creda più a nulla. Se tutto è propaganda, perché controllare. A quel punto non occorre censurare: il cittadino si ritira da solo. Non perché abbia paura. Perché è stanco. E la stanchezza è una straordinaria forma di governo.

Le vongole, dunque, non sono il problema: sono il metodo. Il dettaglio che divora il quadro, la periferia che occupa il centro, la curiosità che espelle la conoscenza.

Vongolate pure, allora. Contate i coperti, stabilite chi abbia invitato chi, compilate la genealogia delle amicizie. Pretendere che un giornalista risponda delle proprie frequentazioni è legittimo, ed è persino doveroso. Ma quando avrete contato l’ultima vongola, fate una cosa molto più sovversiva: tornate ai documenti. Chiedete quali inchieste fossero vere, quali false, quali non siano mai state smentite; chi ne è stato colpito, chi aveva interesse a screditarle, chi ha assunto decisioni e sulla base di quali atti.

In sostanza Cui prodest scelus, is fecit. Non «da che parte stai»: quella è la domanda delle tifoserie, e ha il pregio di non richiedere prove. La domanda autentica è un’altra. “Che cosa è vero?”

È una domanda terribile perché non appartiene a nessuno: non alla destra, non alla sinistra, non a Ranucci, non alla Rai, non al governo, non all’opposizione. Non si arruola, non vota, non applaude, non va a cena. Pretende soltanto riscontri.

Per questo resta l’unica cosa realmente pericolosa rimasta in circolazione, e per questo ha i nemici che ha: non li distingue un’ideologia, li distingue una condotta. Sono quelli che, messi davanti alla domanda, non producono mai un atto. Alludono. Lasciano intendere. Consegnano ai giornali ciò che non scriverebbero mai in un provvedimento, perché un provvedimento si impugna e un’insinuazione no. Ogni riscontro è un conto da pagare, e il conto non intendono pagarlo mai.

Un giornalista può essere rimosso. Un programma può essere chiuso, un direttore sostituito, una polemica dimenticata. Persino una bomba, dopo l’esplosione, diventa repertorio.

Una società che conserva la capacità di distinguere il fatto dal rumore, no: quella è difficilissima da governare per distrazione.

E qui i prepotenti sbagliano i conti da sempre, perché continuano a credere di dover piegare degli uomini. Ha ragione la promessa che Jovanotti in “Quando sarò vecchio”grida loro in faccia: “..che con me (con noi), non l’avrete vinta mai.” Non è una minaccia. È una previsione.

Perché prima o poi qualcuno guarda il tavolo. Vede i piatti, vede i gusci, vede le vongole. E domanda: «Bene. Adesso che abbiamo finito di parlare della cena, che cosa stavano cercando di farci dimenticare?».
Vongolate. Vongolate pure.
Finché potete.

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