Riceviamo e pubblichiamo nota di un nostro lettore
In un recente confronto a Cernobbio con Mario Monti, Roberto Vannacci ha citato i testi sacri per sostenere una corsia preferenziale per i propri connazionali. Ma la teologia cristiana rovescia la logica dei confini: l’amore del prossimo non conosce patrie né “prima gli italiani”.
Nell’agone politico moderno, la tentazione di arruolare i testi sacri per dare un’investitura “superiore” alle proprie tesi identitarie si ripresenta puntuale. Dopo l’episodio di qualche tempo fa, in cui le parole di San Paolo («chi non lavora neppure mangi») vennero imbrigliate in una lettura politico-ideologica, è ora il Vangelo stesso ad finire al centro di un’interpretazione restrittiva.
Durante il dibattito con Mario Monti al Forum Ambrosetti di Cernobbio, l’eurodeputato e fondatore di Futuro Nazionale Roberto Vannacci si è appellato direttamente all’insegnamento di Gesù: «Il Vangelo dice: aiuta il tuo prossimo. Ma il mio prossimo sono la mia famiglia, i vicini e gli italiani. Questi sono il mio prossimo».
Un’affermazione che, a un’analisi biblica e teologica, risulta non soltanto discutibile, ma radicalmente opposta al cuore del messaggio evangelico.
Il “prossimo” non è una questione di cittadinanza
Il nodo centrale risiede nel modo in cui il concetto di “prossimo” viene delimitato. Nell’Antico Testamento e nella cultura dell’epoca, il termine ebraico tradotto con “prossimo” indicava effettivamente il compagno, il connazionale o il correligionario. È precisamente su questo confine che s’innestava l’interpretazione comune: «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico».
Tuttavia, l’essenza della novità portata da Gesù consiste proprio nello smontare e ribaltare questa logica dei confini:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Matteo 5,43-44).
Allargando l’imperativo dell’amore fino a includere i nemici e gli estranei, il Vangelo fa cadere ogni recinto etnico, geografico o familiare.
La lezione del Buon Samaritano
A chiarire in modo inequivocabile chi sia il “prossimo” interviene la celebre parabola del Buon Samaritano. Nella parabola, chi si fa “prossimo” dell’uomo ferito e bisognoso non è un connazionale, né un membro della propria cerchia, ma un samaritano, ovvero un appartenente a un popolo straniero ed eretico per gli ebrei dell’epoca.
Il prossimo, secondo l’etica cristiana, non è chi condivide il nostro stesso passaporto, ma chiunque si trovi in uno stato di necessità, senza distinzioni o precedenze di sorta. Come ricorderà in seguito San Paolo nei Galati, «in Cristo non c’è più Giudeo né Greco» (Galati 3,28): un universalismo che sta alla base del concetto di amicizia sociale e fraternità aperta a tutti.
Un vizio non solo italiano
I tentativi di ridefinire il concetto di amore cristiano per giustificare politiche di chiusura non sono una novità confinata alla politica nostrana. Nel gennaio del 2025, negli Stati Uniti, anche il vicepresidente JD Vance utilizzò in modo distorto il concetto agostiniano di ordo amoris, sostenendo che l’amore andasse applicato in primis ai propri “vicini” per legittimare la priorità degli americani sugli immigrati.
Una lettura da cui le gerarchie ecclesiali e la dottrina sociale della Chiesa hanno preso nettamente le distanze, ribadendo che il vero ordine dell’amore cristiano non crea graduatorie di merito o di nascita, ma conduce a una «fraternità aperta a tutti, senza eccezioni».
La politica ha tutto il diritto di formulare e difendere le proprie ricette su sicurezza, sovranità e gestione delle risorse. Ma quando si tirano in ballo le Sacre Scritture per puntellare la priorità del “noi” contro il “loro”, si compie una palese forzatura. Il Vangelo non nasce per avallare o restringere le nostre vedute, ma per spalancarle.
Lettera firmata
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