Esiste un’espressione siciliana, colorita e disarmante nella sua semplicità, che racchiude una filosofia di vita pragmatica: “Va’ cugghi vavaluci” (vai a raccogliere lumache).
È l’invito definitivo a fare un passo indietro, un modo schietto per dire a qualcuno che, non essendo all’altezza del compito che si è assunto, farebbe meglio a cambiare mestiere e dedicarsi a qualcosa di semplice e innocuo.
Fin quando l’incompetenza resta un fatto personale, la questione non pone problemi etici. Se un individuo sceglie di intraprendere un’attività imprenditoriale senza averne le capacità, rischiando esclusivamente il proprio capitale e la propria reputazione, la società non può che lasciarlo libero di fallire. Il fallimento privato è un diritto e le sue conseguenze ricadono soltanto su chi lo ha provocato.
Le cose cambiano radicalmente quando l’attività coinvolge terzi. In quel preciso istante, l’incompetenza cessa di essere un limite personale e diventa un pericolo pubblico. Pensiamo a un medico impreparato che rischia la salute di un paziente, a un ristoratore che con la sua superficialità può intossicare i clienti, o a un ingegnere che progetta un palazzo o un ponte destinati a crollare subito dopo la fine dei lavori. In questi ambiti la mancanza di adeguatezza non è tollerabile.
Se questo principio vale per le professioni ordinarie, dovrebbe valere a maggior ragione per chi fa politica e governa la cosa pubblica. Un politico o un amministratore, a fronte di un lauto stipendio pagato dalla collettività, ha il dovere di svolgere al meglio il proprio compito. Quando invece crea danni, sia in termini economici che di immagine, le conseguenze colpiscono tutti i cittadini.
Purtroppo, la classe politica non viene quasi mai scelta sulla base delle competenze reali, ma in seguito ad accordi tra partiti. In questo caso la responsabilità degli errori ricade in primo luogo su chi ha conferito quell’incarico e, fatto ancora più grave, su chi continua a mantenere quella persona al suo posto a spese dei contribuenti.
Di esempi del genere ne abbiamo purtroppo diversi anche a livello locale. Alcuni nostri ben pagati amministratori collezionano errori in continuazione e, di fronte alle critiche, invece di replicare o provare a controbattere, preferiscono tacere, probabilmente perché in fondo si sono resi conto degli sbagli commessi.
Basta leggere le tante domande poste quotidianamente dai cittadini su questioni concrete come lo stato delle fontane, o la gestione della piscina comunale, il degrado del verde pubblico, l’abbandono del centro storico, le buche nelle strade, i marciapiedi devastati e chi più ne ha più ne metta, per non parlare anche dei richiami che giungono da organi esterni.
Di fronte a questo continuo silenzio e alla palese incapacità di dare risposte concrete o gestire l’ordinario, figuriamoci lo straodinario, il detto siciliano casca proprio a fagiolo. Ad Maiora

Foto IA
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