A oltre dieci anni dalla scomparsa e dalla tragica uccisione di Giulio Regeni – il giovane ricercatore friulano rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e fatto ritrovare privo di vita il 3 febbraio successivo con evidenti segni di tortura – la prima Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la sentenza di primo grado a carico dei quattro ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani.
Il verdetto e le pene
La decisione dei giudici romani ha ridisegnato il quadro delle responsabilità penali rispetto alle richieste della Procura, che durante la requisitoria aveva sollecitato la pena dell’ergastolo per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e condanne a 17 anni e mezzo per gli altri imputati.
Il verdetto prevede:
- Condanna a 10 anni di reclusione per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e per i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. I tre sono stati riconosciuti colpevoli del reato di sequestro di persona pluriaggravato. È invece caduta l’accusa di omicidio delittuoso, contestata originariamente al solo maggiore Sharif.
- Assoluzione con formula piena per il generale Tariq Sabir, per non aver commesso il fatto.
Il contesto del processo e le reazioni
Il dibattimento si è svolto in assenza degli imputati, al termine di un iter giudiziario lungo e complesso, segnato per anni da ostacoli burocratici, depistaggi e dalla mancata collaborazione da parte delle autorità del Cairo nel notificare gli atti giudiziari agli agenti incriminati.
In aula erano presenti i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, con la sorella Irene e la legale della famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini. A margine della lettura della sentenza, la legale ha rivolto un duro appello alle istituzioni: «Ora anche il nostro Governo deve prenderne atto, pretendere il risarcimento dei danni e interrompere le relazioni diplomatiche con un Paese che continua a violare i diritti umani».
Di segno diverso il commento del ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, che ha sottolineato l’autonomia del potere giudiziario: «È una sentenza di primo grado che accerta responsabilità individuali: ad essere condannate sono state tre persone, non lo Stato egiziano».
Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni, aprendo la strada al probabile ricorso in appello da parte della difesa e della Procura.
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