La riflessione sul valore e sulla responsabilità di chi amministra una comunità tocca il cuore stesso del patto democratico
C’è una profonda differenza tra il fallimento di chi ci prova, esposto all’errore, alla complessità dei problemi e alla generosità dell’impegno, e l’immobilità di chi governa per inerzia, preoccupato unicamente della conservazione del proprio ruolo e dei propri privilegi.
Il valore del tentativo riconosce che chi amministra non è infallibile.
Un amministratore può sbagliare una scelta, rallentare su un’opera o trovarsi a fronteggiare crisi più grandi di lui.
Se però l’azione politica è mossa da un reale spirito di servizio, il fallimento genera comunque un confronto leale, un’assunzione di responsabilità e, nei casi più gravi, le dimissioni come atto di coerenza e dignità.
Ben diverso è lo scenario in cui la politica si riduce a pura liturgia, a proclami vuoti o a interventi di facciata, in cui chi governa non muove nemmeno un dito o finge di averlo fatto.
In questo caso, il potere diventa fine a se stesso: si amministra l’esistente senza visione, lasciando che i problemi incancreniscano mentre ci si trincera dietro alibi burocratici o scaricando le colpe al passato.
Quando una città è pervasa da un degrado visibile e generalizzato, fatto di strade dissestate, servizi carenti, spazi pubblici abbandonati e incuria, il malcontento dei cittadini non è un capriccio o un pregiudizio, ma una risposta fisiologica alla realtà quotidiana.
Spesso, però, chi detiene il potere, anziché confrontarsi con i dati oggettivi delle criticità e con i cittadini, incontrandoli e ascoltandoli, chiude il portone e sceglie la via della delegittimazione.
Accusare i cittadini di non amare la città, di remare contro o di gioire dei fallimenti è una cosa gravissima e si comprende essere una strategia difensiva classica che serve a ribaltare i ruoli.
Chi denuncia il degrado viene dipinto come il nemico, mentre chi governa e produce quel degrado si autoproclama vittima di ingiusti attacchi.
Chi ama una città ne vive le ferite e ne denuncia i mali non per spirito polemico, ma perché desidera vederla crescere; la critica civica è, nella sua essenza, un atto d’amore e di pretesa di dignità.
Al contrario, quando la priorità non è il bene comune ma la conservazione dello status quo, garantito da stipendi e indennità finanziati dalle tasse dei contribuenti, la politica si trasforma in autoconservazione.
Così come anche i “salti della quaglia”, ovvero i cambi di casacca e le alleanze opportunistiche pur di restare attaccati alla poltrona, dimostrano che il legame con il territorio è puramente strumentale e fine a se stesso, giusto per trovare una casa con mura più solide in previsione di qualche scossa tellurica.
La vera cartina di tornasole per distinguere la buona politica dall’occupazione del potere risiede nel principio inderogabile del “servire e non servirsi”.
Governare non significa pretendere gratitudine in cambio del nulla, né trasformare i diritti fondamentali dei cittadini in favori personali per cui mostrare riconoscenza.
Significa invece restituire in servizi, ascolto e decoro ciò che la comunità versa con sacrificio ogni giorno. Quando la classe dirigente dimentica questo principio, il mandato politico si svuota di senso.
Le dimissioni, in un sistema sano, non dovrebbero essere vissute come un’onta personale, ma come un atto di “igiene democratica”.
Quando si rompe il patto fiduciario tra chi amministra e chi subisce i disservizi, e alla richiesta legittima di risposte si risponde con l’attacco personale, la politica ha finito di essere tale e, in sintesi, abdica al proprio ruolo, rinunciando volontariamente e convintamente alle proprie responsabilità, ai propri doveri e alla funzione che si è chiamati a svolgere, esattamente come un sovrano che abdica e rinuncia al trono.
Fino a quando la priorità resterà la difesa del privilegio rispetto alla cura della comunità, il divario tra il Palazzo e la città continuerà ad allargarsi…e a perderci sarà ancora una volta l’intera collettività, compresi coloro che, per vari motivi e forse ingenuamente, continuano a sostenere questa politica. Ad Maiora
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