Nel complesso e spesso confuso panorama della politica, c’è un fenomeno che si ripete con una preoccupante regolarità, quello della tendenza di chi ha il potere decisionale a scaricare la responsabilità di scelte delicate e puramente politiche su altre figure, come dirigenti, funzionari o consiglieri e chi invece fa di tutto per mettersi in mostra.
Nel primo caso non si tratta solo di un errore di procedura, ma di una strategia ben collaudata per proteggere il proprio futuro politico da possibili conseguenze negative, nel secondo per prendersi meriti non completamente propri.
Per evitare che, in futuro, un avversario, un alleato deluso o qualche alto, magari un ente superiore, possa far notare che “quella cosa non è stata fatta nel modo giusto” si cerca di coinvolgere il maggior numero possibile di persone.
L’obiettivo è diluire la responsabilità della decisione. Invece di prendersi la totale responsabilità politica, che spetterebbe di diritto all’organo eletto, si cerca di far sì che l’atto cruciale sia coperto da pareri tecnici, approvazioni collegiali o, peggio ancora, che l’atto venga predisposto da figure non direttamente coinvolte dal voto popolare, come dirigenti o tecnici, in questo modo, il peso della “responsabilità” si sposta parzialmente dalla sfera politica a quella burocratica, creando un comodo schermo protettivo.
In politica, come nella vita, si segue la legge dell’opportunità. Se le cose vanno bene tutti sono pronti a rivendicare la paternità e il successo dell’iniziativa, mentre se le cose iniziano a prendere una piega negativa, la ritirata è immediata.
Inoltre molti consiglieri anche se non del tutto convinti di una certa decisione, si sentono costretti ad accettare e votare favorevolmente, perchè mettere in discussione un qualcosa imposta dall’alto può significare isolamento, perdita di incarichi o, nei casi più gravi, espulsione dal gruppo…e si sa, in tempi difficili come questi, cambiare schieramento è spesso un lusso che pochi possono permettersi.
Ma la politica dello scaricabarile non solo mina la trasparenza e la sana assunzione di responsabilità, ma impoverisce anche il dibattito democratico, trasformando il consiglio in una mera camera di ratifica dove alla fine gli “eroi” sono coloro che si assumono i rischi.
Quando una decisione cruciale viene rimandata da un organo all’altro, o quando la responsabilità finale si nasconde dietro un parere tecnico invece di una scelta politica chiara, il cittadino avverte subito un senso di opacità.
La complessità burocratica, usata come scudo, viene spesso vista non come una garanzia di correttezza, ma come un labirinto creato per confondere.
Questa possibile mancanza di chiarezza alimenta il sospetto che dietro la decisione non ci sia la volontà di servire l’interesse pubblico, ma piuttosto l’intenzione di evitarsi potenziali problemi futuri se le cose non dovessero andare per il verso giusto.
Usare strategicamente temi sensibili durante le campagne elettorali, come nel caso della piscina o del Policlinico, finito nel dimenticatoio senza che nessuno di coloro lo davano per cosa fatta ne parlino più, se poi vengono abbandonate o delegate, crea una frattura tra la promessa politica fatta e la vera azione di governo.
Si rafforza cioè l’idea che la politica sia un palcoscenico dove le parole servono solo a raccogliere consensi, e non a compiere direttamente certe azioni.
Quando la politica dimentica o delega decisioni “scomode” ad altri, sta essenzialmente riducendo il suo stesso ruolo.
Il cittadino al contrario si aspetta che siano i suoi rappresentanti eletti a prendere le decisioni, mettendoci la faccia e accettando le conseguenze delle loro scelte. Se, invece, le decisioni finali vengono delegate ad altri, come un tecnico o un funzionario che segue delle regole, si svuota il significato stesso della rappresentanza e vien da chiedersi, estremizzando il concetto, perché eleggerli se alla fine ratificano soltanto il lavoro altrui?
Questo porta il cittadino a pensare che non sia l’urna a governare, ma un’élite di funzionari o gruppi di potere, spesso invisibili.
In breve, il gioco dello scaricabarile è un segnale di debolezza politica, ma le sue conseguenze sulla fiducia dei cittadini sono profonde e sistematiche.
Perché la democrazia funzioni, è cruciale che chi detiene il potere accetti il rischio e l’onore di prendersi la piena responsabilità delle proprie decisioni, sia in positivo che in negativo.
La questione della piscina comunale di Caltanissetta, un progetto atteso e fondamentale per la comunità, mette in evidenza questo meccanismo.
Questo accordo è subordinato all’esito positivo dell’iter di approvazione da parte del Consiglio comunale, in quanto l’atto esecutivo ha l’impegno di spesa sul triennale, ma a qualcuno forse questa regola gli era sfuggita, probabilmente per voglia di protagonismo.
Alcuni consiglieri di maggioranza hanno puntato i piedi, non tanto per la somma, avendo già approvato la variazione di bilancio e la disponibilità di 700mila euro, ma sulle modalità dell’approvazione dell’accordo, temendo di assumersi interamente la responsabilità politica dell’atto, mentre qualche altro non lo ha compreso e voterà in “buone fede” o per “obbedienza”, politica e per poter poi dire…“la piscina è aperta grazie anche al mio voto”.
Bypassando la giunta, il progetto è stato trasmesso all’aula senza che la stessa giunta se ne assumesse alcuna responsabilità politica, sarà infatti adesso il consiglio comunale ad approvarlo, praticamente un testo già bello, confezionato e scritto, da altri, solo da “sottoscrivere” , assumendosene le eventuali conseguenze..
A questo punto, a seguito di numerose riunioni presso le commissioni competenti, che hanno audito tutti gli estensori degli atti che costituiscono la proposta di deliberazione, la giunta, pensiamo sotto la pressione da parte di alcuni partiti di maggioranza, ha adottato una delibera in cui prende atto solo atto dei procedimenti.
In questa maniera si è tutti responsabili con diversi pesi e misure, pesi ovviamente maggiori per i consiglieri comunali, che “obtorto collo” si accolleranno le maggiori responsabilità politiche sul procedimento amministrativo, essendo il provvedimento in “sanatoria” della giunta, una mera presa d’atto della documentazione prodotta dagli uffici a supporto della transazione.
Ma, a quanto è dato sapere e dopo qualche mugugno di troppo, si andrà al voto del consiglio con buona pace di tutti. Insomma meriti per tutti, ma le maggiori responsabilità resteranno in capo al consiglio comunale che a questo punto resterà l’unico protagonista politico della riapertura della piscina.
Ovviamente nessuno ammetterà mai che certi malesseri ci siano stati, ma che ci sono stati e ancora ci sono, vi assicuriamo è un dato certo.
Se chi dovrebbe governare in modo unito litiga su un obiettivo dichiarato come prioritario, i cittadini possono concludere che gli interessi personali, come il mantenimento di posizioni e giochi di potere, prevalgano sull’interesse collettivo
Rimarrà sempre un “mistero” il rifiuto del soddisfare l’accesso agli atti a un consigliere, che alimenta ulteriormente il sospetto che ci sia qualcosa di poco chiaro.
In definitiva, la questione della piscina di Caltanissetta, lontana dall’essere una semplice questione amministrativa, è diventata l’ennesimo test cruciale per la classe politica locale tra il dimostrare di sapersi assumersi la responsabilità delle proprie scelte e attuare lo scaricabarile, evidenziando che nel momento in cui ci sono da prendere decisioni importanti per la collettività, si creano spaccature profonde solo parzialmente sanabili all’interno della coalizione che sostiene il sindaco Tesauro.
Ma finché le decisioni importanti saranno avvolte da questi accadimenti, la ferita della sfiducia nella comunità continuerà a sanguinare, indipendentemente dalla riapertura dell’impianto.
Ad Maiora
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