Analisti e diplomatici alla Reuters: “E’ uno dei governi più resistenti al mondo, l’architettura di sicurezza a più livelli è in crisi ma non ci sono segnali di rottura con questa ondata di proteste”
L’Iran non è vicino alla caduta del regime. Nonostante le manifestazioni e anni di pressioni internazionali, non emergono ancora segnali di frattura nell’élite della sicurezza della Repubblica islamica che potrebbero minare uno dei governi più resistenti al mondo. Lo spiegano alcuni analisti e diplomatici all’agenzia Reuters, secondo i quali a meno che i disordini di piazza e le pressioni straniere non a provocare defezioni ai vertici, l’establishment, seppur indebolito, probabilmente resisterà.
L’architettura di sicurezza a più livelli dell’Iran, fondata sulle Guardie Rivoluzionarie e sulla forza paramilitare Basij, che insieme contano quasi un milione di persone, rende estremamente difficile la coercizione esterna senza una rottura interna, spiega ad esempio Vali Nasr, accademico iraniano-americano ed esperto di conflitti regionali e politica estera degli Stati Uniti, alla Reuters.
“Affinché questo tipo di cose abbia successo, è necessario che la folla scenda in piazza per un periodo di tempo molto più lungo. E bisogna che si verifichi una disgregazione dello Stato. Alcuni settori dello Stato, e in particolare le forze di sicurezza, devono disertare”.
L’Ayatollah Ali Khamenei ha 86 anni ed è sopravvissuto a diverse ondate di disordini. Questa è la quinta grande rivolta dal 2009. Insomma, spiegano gli esperti, i manifestanti dovrebbero generare abbastanza slancio da superare i vantaggi consolidati dello Stato: istituzioni potenti, un consistente elettorato fedele al governo clericale e la scala geografica e demografica di un paese di 90 milioni di persone.
La Repubblica Islamica sta comunque affrontando una grave crisi: le sanzioni hanno strangolato l’economia, il programma nucleare è in declino, ma, continuano, non è ancora al “momento della caduta”.
Paradossalmente è ancora una volta Trump che potrebbe cambiare le carte in tavola.
Il Presidente americano incontrerà martedì i suoi consiglieri per discutere le opzioni per l’Iran, ma il suo interesse è probabilmente tattico piuttosto che ideologico.
L’obiettivo potrebbe essere la flessibilità, ovvero indebolire lo Stato a sufficienza per ottenere concessioni come la limitazione del programma nucleare di Teheran.
L’idea di un “modello Venezuela” riscuote crescente interesse in alcuni ambienti a Washington, ma applicato all’Iran, tuttavia, si scontra con ostacoli formidabili: uno stato di sicurezza radicato da decenni, una profonda coesione istituzionale e un paese molto più grande ed etnicamente complesso.
Fonte Agenzia Dire www.dire.it
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