L’obiettivo è stato centrato nonostante l’oscuramento mediatico. Mentre il fronte del “No” denuncia il tentativo del Governo di “strozzare il dibattito”, lo scontro si sposta ora nelle aule del TAR. Conte: “Risultato dirompente contro la casta”. Nordio replica: “Fiducioso nella vittoria”.
La soglia delle 500.000 firme è stata ufficialmente superata. In poco più di tre settimane, la mobilitazione popolare contro la cosiddetta “riforma dell’ingiustizia” (come ribattezzata dalle opposizioni) ha raggiunto il quorum necessario per il referendum. Un risultato che arriva non grazie alla spinta dei grandi canali d’informazione, ma quasi “nonostante” essi.
La spinta della società civile contro la censura
Secondo il Comitato della Società Civile per il No, proprio il tentativo di minimizzare l’iniziativa potrebbe aver agito da innesco per la reazione dei cittadini. “Un risultato straordinario che può essere ulteriormente migliorato entro il 30 gennaio”, spiegano dal comitato, invitando a continuare a firmare per rendere ancora più chiara la volontà di respingere quella che definiscono una “forzatura dei tempi” operata da Palazzo Chigi.
L’accusa di censura trova riscontro nei dati: negli ultimi dieci giorni di raccolta, il Tg1 delle 20:00 ha dedicato all’iniziativa appena 61 secondi. Un silenzio quasi assoluto interrotto solo da rari e brevi passaggi giornalistici, spesso privi di riferimenti diretti alla possibilità di firmare online.
La battaglia delle date: il ricorso al TAR
Il successo della raccolta firme apre ora un fronte legale senza precedenti. I 15 giuristi promotori hanno presentato ricorso al Tar del Lazio (udienza fissata per il 27 gennaio) contro la data del voto decisa dal Governo. L’accusa è che Palazzo Chigi abbia voluto correre per chiudere la partita prima che la Cassazione potesse pronunciarsi sulla richiesta di referendum popolare, comprimendo di fatto il diritto dei cittadini a essere informati.
In Parlamento, M5S, Pd e Avs hanno chiesto un’informativa urgente alla Premier Meloni. Con mezzo milione di firme depositate, il quadro giuridico cambia: la consultazione non può più ignorare la volontà popolare espressa tramite la petizione.
Reazioni politiche: scontro totale
Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, parla di un segnale “incredibile e dirompente”:
“Nonostante il lavaggio del cervello a reti unificate, i cittadini hanno capito. Corriamo controvento per fermare una riforma che non serve a migliorare la giustizia, ma a difendere la casta dei politici dalle inchieste. La legge è uguale per tutti”.
Di parere opposto il Guardasigilli Carlo Nordio. Interpellato all’uscita di Montecitorio, il Ministro si è mostrato sereno: “Sono fiducioso che alla fine vinca il sì, indipendentemente dal ricorso sulle date. Aspettiamo il 27 gennaio, ma il risultato non cambierà”.
Lo scenario
Con l’indizione formale del referendum, è già scattato il regime di par condicio. Le emittenti radiofoniche e televisive potranno trattare la tematica esclusivamente nei notiziari e negli approfondimenti giornalistici. Il rischio, denunciano i promotori, è che questo limiti ulteriormente la possibilità di un dibattito ampio e partecipato in un momento cruciale per l’ordinamento giudiziario italiano.
La partita ora resta sospesa tra la piazza, che continua a firmare, e l’aula del TAR, che tra dieci giorni deciderà se i tempi della democrazia sono stati “strozzati” o meno.
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