La Corte Penale Internazionale invia gli atti all’Assemblea degli Stati Parte. Sotto accusa la gestione del generale libico, arrestato a Torino e poi rimpatriato con un volo di Stato.
L’Italia finisce ufficialmente sul banco degli imputati davanti alla comunità internazionale. La I Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (CPI) ha deciso, a maggioranza, di deferire il nostro Paese all’Assemblea degli Stati Parte. Il motivo? La mancata consegna del generale libico Osama Almasri Najim, accusato di crimini atroci: torture, 34 omicidi, violenze sessuali (anche su minori) e crimini contro l’umanità commessi nel carcere di Mitiga, a Tripoli.
La vicenda è un groviglio di diplomazia e giustizia negata. Il generale era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 su mandato della CPI. Tuttavia, l’iter di consegna non è mai partito: il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non ha trasmesso gli atti alla Procura Generale di Roma. Risultato? Almasri è stato rilasciato e ricondotto in Libia con un volo di Stato, sottraendolo di fatto alla giurisdizione internazionale.
Il provvedimento dei giudici dell’Aja è tranchant. Non solo si rileva che l’Italia non ha ottemperato agli obblighi dello Statuto di Roma, ma si contesta apertamente la linea difensiva del Governo. Secondo la Corte, l’Italia avrebbe tentato di riscrivere le regole della cooperazione internazionale, subordinandola a: interessi di sicurezza nazionale, posizionamento geopolitico e legislazione interna e costituzionale.
Per i giudici, questo atteggiamento equivale a porre delle “riserve” inaccettabili. Il paragone storico è pesante: la situazione italiana è giudicata peggiore di quella del Sudafrica del 2015 (caso Al-Bashir), poiché in quel caso la magistratura interna si oppose al governo, mentre in Italia il Parlamento ha bloccato il procedimento del Tribunale dei ministri contro Nordio, Piantedosi e Mantovano.
L’unico precedente recente di un simile deferimento riguarda la Mongolia, punita per non aver arrestato Vladimir Putin nel 2024. Sebbene l’Italia abbia evitato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (dove il veto degli USA avrebbe potuto fare da scudo), il rischio di una censura pubblica senza precedenti è concreto.
Il clima politico è rovente. Riccardo Ricciardi (M5S) parla di una gestione che “getta vergogna sul Paese”, mentre la maggioranza fa quadrato, Maurizio Gasparri (FI) liquida la questione definendo i giudici dell’Aja “da compatire”.
L’Italia ha ora la possibilità di impugnare la decisione davanti alla Camera d’appello della CPI, ma il danno d’immagine a livello globale sembra ormai già consolidato.
Rassegna stampa
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