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Social: Tra il vittimismo e l’allergia di alcuni politici

Last updated: 18/02/2026 6:56
By Sergio Cirlinci 245 Views 6 Min Read
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C’è un virus che si propaga nelle stanze del potere locale più velocemente di una variante influenzale

Il riflesso incondizionato del “E tu allora?”

È la trincea finale di chi, rimasto senza argomenti davanti a un marciapiede sventrato, a un sacchetto di immondia abbandonato o a un enorme cespuglio, decide di passare al contrattacco.

La dinamica è ormai un classico del grottesco. Un cittadino solleva un dubbio su un servizio che non funziona e il politico di turno, invece di fornire notizie su interventi mirati o cronoprogrammi, si gonfia come un pavone ferito nell’orgoglio e lancia la sfida suprema: “Facile criticare sui social o da fuori tu, che parli tanto, cosa fai o hai fatto concretamente per il bene collettivo?”.

Giusto precisare che ben vengano i richiami di chi amministra ai cittadini quando non rispettano le regole del vivere civile, ma delle volte, ultimamente spesso, i richiami sanno di rimproveri per il sol fatto che si osa criticarli.

Partiamo allora da un concetto elementare cha a molti politici, specialmente quelli dell’ultima ora, sfugge, ma che dovrebbero aver dovuto impare dai loro “maestri”.

Fare politica è una scelta, non una condanna. Non sono stati estratti a sorte, né precettati per il bene dell’umanità. Si sono candidati, hanno stampato santini con il loto profilo migliore (e abbondante Photoshop), hanno implorato voti e speso pure parecchi soldini tra locali, aperitivi, cene e rinfreschi.

Il cittadino che li critica non è un “collega pigro”, è il loro datore di lavoro. Rispondere “e tu che fai” o “fallo tu” è un’offesa all’intelligenza, è come se un passeggero si lamenta perché l’autobus finisce in un fosso, l’autista non può rispondere “allora guida tu”.

Eppure, nei palazzi comunali, questa logica sembra diventata il passaporto per l’impunità.

Sentire parlare di “puro amore per la comunità” fa sempre un certo effetto, come anche il propinarci la narrazione commovente, quando si parla di emolumenti o gettoni, del “ci rimetto pure di tasca”.

Ma l’apice del ridicolo si raggiunge sui social. Molti degli attuali amministratori hanno passato anni a fare un’opposizione feroce usando i social, ogni buca era un dramma, ogni lampadina spenta un fallimento epocale e in quegli anni, il cittadino che urlava sul web era visto come un “eroe della partecipazione”.

Oggi, a ruoli invertiti, quegli stessi cittadini sono diventati invece “lamentosi” e “leoni da tastiera” o persone che non si comportano da buoni cittadini collaborando.

La verità è che il potere gli ha mutato il modo di vedere i social, hanno cavalcato ogni polemica quando governavano gli altri, ma oggi pretendono il silenzio.

Questa mancanza di coerenza è il vero male del dibattito pubblico politico.

Sappiano che esiste un esercito di persone che il “bene comune” lo fa ogni giorno nel silenzio, commercianti che puliscono il proprio marciapiede, cittadini che rispettano leggi e regolamenti, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, volontari veri, tutta questa gente non siede in certe poltrone, ma produce valore reale vero, non fumo.

Il consiglio è semplice, se certi politici non reggono il calore dei fornelli, escano dalla cucina.

Fare politica non significa solo tagliare nastri, farsi selfie, partecipare ai buffet o incassare l’indennità a fine mese, significa accettare che chi gli ha dato il mandato ha il diritto di chiedere conto di ogni singolo minuto del suo lavoro e di ogni centesimo percepito.

Se poi non lo fa seguendo le normali procedure e usa i social per comunicare, sapendo bene che i politici leggono tutto, prima di distribuire patenti di civismo, si guardino allo specchio e si ricordino che il cittadino delle volte va per le vie brevi ed inoltre non ha promesso lui miracoli in campagna elettorale, loro sì.

E i “miracoli”, finora, i cittadini li hanno visti solo sui cedolini mensili dei politici e sulla bollette che pagano per avere servizi non sempre corrispondenti a quanto pagato. Ad Maiora

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