In Sicilia abbiamo un detto che è un capolavoro di analisi sociologica e cinismo politico.
“Su tutti zuccaru e meli finu a chi u discursu ci cummeni”. Tradotto per chi non mastica il dialetto o finge di non capire. “Vanno tutti d’amore e d’accordo finché il vento soffia a favore della convenienza”.
Fino a ieri, nelle stanze del potere locale, regnava un’idilliaca armonia, almeno questo lasciano trapelare.
Erano un blocco unico, una falange pronta a fare scudo umano attorno al “capo” di turno e ad azzannare chiunque osasse sollevare un dubbio o muovere una critica.
Erano tutti “zuccherati”, dolci come il miele verso chi aveva spinto prima e su chi realmente aveva posto la firma su quelle nomine che garantivano poltrone comode e, soprattutto, adeguatamente remunerate.
Poi è successo quello che nessuno si aspettava e molto è cambiato.
Alla prima defenestrazione agostana ne sono arrivate altre due, una sicuramente pesante. Un tratto di penna, una notifica fredda, e improvvisamente l’idillio è finito.
Colpisce, quasi con un senso di grottesco, leggere oggi le dichiarazioni di chi, fino a un minuto prima del benservito, condivideva onori e oneri del potere.
Oggi, dopo essere stati allontanati, non passa giorno che non si leggano attacchi al vetriolo contro chi li ha fatti accomodare fuori dal Palazzo, si perchè nessuno è rimasto neanche come consigliere.
Si leggono frasi sbandierate con orgoglio postumo: “Ho scelto di non adeguarmi a meccanismi ricattatori”, o ancora ci si lancia in accorate difese della propria integrità, sostenendo che l’allontanamento è avvenuto “non per presunti errori o mancanze amministrative, ma per il semplice fatto di non aver assecondato richieste moralmente inaccettabili e di non esserci allineati a un modus operandi che non ci appartiene”.
Certo, è comprensibile che il dispiacere per la perdita del prestigio porti a certe reazioni, ma la domanda sorge spontanea.
Serviva davvero la defenestrazione per notare questi “difetti” e dar spazio alle parole?
Se i “meccanismi ricattatori” esistevano e il “modus operandi” era così alieno ai loro valori, perché non denunciare tutto un istante dopo aver ricevuto la prima richiesta “moralmente inaccettabile”?
Denunciare mentre si è in carica è un atto di coraggio politico, farlo dopo essere stati messi alla porta puzza lontano un miglio di risentimento.
Fa sorridere, poi, la lamentela sulla“comunicazione via PEC, senza un confronto umano o politico”. Come se la politica, gestita per anni con cinica freddezza, dovesse improvvisamente riscoprire il calore umano proprio nel momento del loro commiato.
Se di reale ravvedimento si tratta e non di pura “vendetta”, chi ha da dire certe cose abbia il coraggio di raccontarle integralmente ai cittadini e, qualora fossero di una certa rilevanza, anche a chi di competenza. In caso contrario, il dubbio che si tratti di puro risentimento diventa conferma.
È qui che casca l’asino, se queste gravissime accuse sono vere, sorge un dubbio atroce. Fino a che punto si era disposti a convivere in quella situazione pur di non perdere poltrone e stipendio?
La “dignità” non è un interruttore che si accende quando si spegne la luce dell’ufficio.
I cittadini, pur comprendendo l’amarezza del momento, non credono a questa repentina “redenzione”.
Non si può scambiare per anni la coerenza con la convenienza e poi pretendere di passare per martiri.
Se hanno altro da raccontare, si accomodino pure, in caso contrario, meglio per loro che stiano zitti.
Francamente, nessuno si strappa le vesti per chi scopre la propria coscienza solo quando smette di percepire l’indennità. Ad Maiora
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