La Premier alza i toni in vista del voto di marzo: «Magistratura ideologica, impedisce di governare». Intanto la primogenita del Cavaliere scrive a Repubblica per un appello bipartisan.
L’affondo di Palazzo Chigi: «Meccanismo inceppato»
Giorgia Meloni rompe gli indugi e trasforma la volata finale verso il referendum sulla giustizia in uno scontro frontale con la magistratura. In un’intervista rilasciata a Rete4, la Presidente del Consiglio ha usato parole durissime, descrivendo un sistema giudiziario che, a suo dire, ostacolerebbe l’azione dell’esecutivo attraverso «interpretazioni forzate delle norme».
Secondo la Premier, il voto del 22 e 23 marzo rappresenta un’occasione irripetibile per modernizzare l’Italia. Il cuore della critica meloniana tocca i temi caldi della sicurezza e dell’immigrazione:
- Immigrazione: Meloni cita il mancato trattenimento in Albania di un immigrato accusato di pedofilia come esempio di decisioni «surreali».
- Sicurezza: Critiche per l’assenza di seguiti giudiziari dopo le tensioni nei centri sociali di Roma e Torino.
- Ideologia: La Premier punta il dito contro le «letture ideologiche» delle toghe, citando il caso della “famiglia nel bosco”.
«A me i cittadini possono cacciarmi tra un anno se sbaglio, perché io pago. Ma qui c’è un meccanismo inceppato: se non votiamo Sì, assisteremo a decisioni ancora più incredibili.»
Meloni ha inoltre confermato la sua presenza sul palco di Milano il 12 marzo, blindando il legame tra la riforma e la stabilità dell’azione di governo, pur respingendo l’idea che il referendum sia un test sulla sua permanenza a Palazzo Chigi.
Il “Sì” di Marina Berlusconi: oltre il cognome
Parallelamente all’offensiva politica, si registra l’intervento di Marina Berlusconi. Con una lettera inviata a Repubblica (definita ironicamente «terra degli infedeli»), la presidente di Fininvest ha espresso una posizione più istituzionale ma non meno netta.
L’imprenditrice ha rivolto un appello bipartisan per liberare il voto dalle «gabbie ideologiche», sottolineando che la giustizia deve essere un «patrimonio comune» e non una bandiera identitaria. «Se vince il Sì, non sarà una vittoria postuma di mio padre o di Forza Italia, ma degli italiani», ha precisato, cercando di smarcare il dibattito dal peso del passato e della personalizzazione politica.
Scontri e polemiche: il “caso Montanari”
Il clima pre-elettorale resta però infuocato. Alle critiche delle opposizioni — che definiscono le parole di Meloni «la fiera dell’arroganza» — si aggiunge lo scontro tra il rettore Tomaso Montanari e il Presidente del Senato, Ignazio La Russa.
| Protagonista | Dichiarazione / Posizione |
| Tomaso Montanari | Definisce il governo «banditi» che manomettono la Costituzione. |
| Ignazio La Russa | Intima scuse formali, minacciando il ricorso alle vie legali. |
| Opposizioni | Accusano la Premier di voler sottomettere il potere giudiziario. |
Con l’avvicinarsi della data del voto, la polarizzazione sembra aver raggiunto il punto di non ritorno: da un lato il governo che chiede “pieni poteri” legislativi contro le “toghe rosse”, dall’altro chi vede nella riforma un attentato all’equilibrio dei poteri dello Stato.
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