Dopo le dimissioni eccellenti nella Capitale, il partito di Giorgia Meloni mette sotto esame i vertici dell’Isola. Galvagno e Amata in bilico, mentre la maggioranza di Schifani svanisce a Sala d’Ercole.
Non è più questione di se, ma di quando. La “valanga” innescata da Giorgia Meloni a Roma sta per abbattersi con tutta la sua forza sui palazzi del potere siciliano. Il clima a Palazzo dei Normanni è quello delle grandi vigilie, una sospensione carica di tensione dove il silenzio del Governatore Renato Schifani fa più rumore delle grida delle opposizioni.
Il primo segnale plastico della crisi è arrivato da Sala d’Ercole. In una seduta che avrebbe dovuto approvare variazioni di bilancio cruciali, tra cui la stabilizzazione di 259 lavoratori Asu e lo sblocco di 1,8 miliardi di euro, la maggioranza si è sciolta come neve al sole. Tra banchi vuoti e tesserini sfilati, il messaggio è inequivocabile: il centrodestra siciliano è paralizzato dall’incertezza.
A dare fuoco alle polveri è Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, che da via della Scrofa lancia un avvertimento che gela i vertici locali:
“Tutte le posizioni possono essere messe in discussione; le valutazioni vengono fatte caso per caso”.
Il ragionamento che circola tra i corridoi è brutale nella sua semplicità: se è caduto un “intoccabile” come Andrea Delmastro, nessuno in Sicilia può considerarsi al sicuro. Nel mirino ci sono il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, e l’assessora al Turismo, Elvira Amata. Le loro posizioni, un tempo blindate, oggi appaiono fragili sotto il peso delle inchieste e di una strategia nazionale che non ammette zone d’ombra.
A pesare come un macigno sulla tenuta del governo regionale non sono solo le dinamiche romane, ma i numeri impietosi delle urne. Oltre un milione di siciliani ha bocciato la riforma, un dato che supera di gran lunga gli 894 mila voti che portarono Schifani alla presidenza nel 2022. “I 5 Stelle registrarono il primo boom qui, poi vinsero le Politiche. Questo dato non si può ignorare”, avverte un veterano delle preferenze. La Sicilia, storico laboratorio politico, sembra aver già iniziato il suo mutamento di pelle.
Non si parla più di semplici ritocchi. La maggioranza chiede un cambiamento radicale. Sul tavolo restano i nodi irrisolti:
– La DC di Cuffaro: Il posto in giunta promesso prima del voto è ora un rebus che rischia di trasformarsi in un nuovo fronte di ammutinamento.
– Forza Italia: Il partito si avvia verso una stagione congressuale che segnerà l’inevitabile successione di Marcello Caruso. La strada verso un nome unitario, auspicata da Marco Falcone, appare però impervia.
– Amministrative: Con le elezioni di maggio alle porte, il centrodestra si presenta frammentato e privo di quella spinta propulsiva che lo aveva caratterizzato fino a pochi mesi fa.
Mentre Fratelli d’Italia analizza il voto “strada per strada” per individuare i responsabili della disfatta, la sensazione è che la resa dei conti sia solo all’inizio. In Sicilia, la “quiete” di Schifani somiglia sempre più all’occhio del ciclone.
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