BUDAPEST – Mentre l’Europa cerca di serrare i ranghi contro l’influenza del Cremlino, un documento riservato scuote le cancellerie del continente. A pochi giorni dalle elezioni politiche ungheresi del 12 aprile 2026, è emerso il contenuto di un accordo bilaterale in 12 punti siglato tra il governo di Viktor Orbán e la Federazione Russa.
Non si tratta, come inizialmente ipotizzato da alcuni osservatori, di una proposta di mediazione per il conflitto in Ucraina, bensì di un vero e proprio protocollo di mutua assistenza economica e strategica che lega a doppio filo il destino di Budapest a quello di Mosca.
I pilastri dell’accordo: Energia e Bypass delle sanzioni
Il documento, firmato nel dicembre scorso ma rimasto nell’ombra fino a oggi, delinea una roadmap per rendere l’Ungheria l’unico “porto franco” russo all’interno dell’Unione Europea. Tra i 12 punti chiave, spiccano:
– Il raddoppio nucleare: Un impegno formale per accelerare la costruzione della centrale di Paks II, finanziata e realizzata con tecnologia russa, nonostante le restrizioni tecnologiche imposte a livello internazionale.
– Corridoi finanziari: La creazione di canali bancari agevolati per facilitare il commercio tra i due Paesi, mossa letta da Bruxelles come un tentativo esplicito di eludere il regime sanzionatorio europeo.
– Sicurezza energetica: Garanzie a lungo termine sulle forniture di gas e petrolio a prezzi preferenziali, in cambio di un supporto politico ungherese nei forum internazionali.
Tempismo elettorale e reazioni internazionali
La fuga di notizie arriva nel momento di massima vulnerabilità per il Primo Ministro Orbán. L’opposizione ungherese ha immediatamente denunciato il piano come un “atto di sottomissione” che allontana definitivamente il Paese dai valori atlantisti.
Dall’altro lato, la Commissione Europea ha espresso “profonda preoccupazione”. Sebbene l’Ungheria abbia sempre rivendicato il proprio diritto alla “sovranità energetica”, questo piano in 12 punti sembra andare oltre, toccando settori come la difesa, la sanità e l’istruzione, suggerendo un allineamento ideologico oltre che economico.
“Questo documento non è una missione di pace, è un contratto di dipendenza,” ha dichiarato un alto funzionario UE sotto condizione di anonimato.
Il confronto con il passato
È fondamentale distinguere questa iniziativa dal noto “Piano di pace in 12 punti” presentato dalla Cina nel 2023. Se la proposta di Pechino cercava (almeno formalmente) di porsi come base per un cessate il fuoco, lo schema Budapest-Mosca del 2026 appare come una mossa pragmatica e bilaterale, volta a cristallizzare un’alleanza che molti, in Europa, considerano ormai una spina nel fianco dell’integrazione comunitaria.
Con il voto di domenica alle porte, la domanda non è più se l’Ungheria voglia fare da mediatore tra Est e Ovest, ma se abbia già scelto definitivamente da che parte stare.
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