Dietro le dichiarazioni contraddittorie del governo di Tirana sul futuro dei CPR si nasconde un fitto intreccio di scandali domestici per corruzione, pressioni diplomatiche su Roma e un asse immobiliare privato con la famiglia Trump.
Le relazioni internazionali, si sa, viaggiano spesso su un doppio binario: quello formale dei protocolli diplomatici e quello informale delle convenienze politiche interne. Quanto sta accadendo sull’asse Roma-Tirana ne è il perfetto manuale d’uso. A metà maggio, a margine del vertice “Amici dei Balcani occidentali” a Bratislava, il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha lanciato una bomba diplomatica ai microfoni di Euractiv: il memorandum con l’Italia sui centri di trattenimento per migranti di Shëngjin e Gjadër non sarà rinnovato alla sua scadenza, prevista tra il 2029 e il 2030. La motivazione ufficiale? “Nel 2030 saremo membri dell’Unione europea e non saremo più un territorio extraterritoriale”.
Poche ore dopo, il primo ministro albanese Edi Rama si è affrettato a spegnere l’incendio su X (ex Twitter) con un secco: “L’accordo resta finché l’Italia lo vuole”. Ma quello che a prima vista è sembrato uno scivolone comunicativo del ministro Hoxha, agli occhi degli osservatori più attenti si rivela essere una mossa calcolata: un avvertimento diretto a Giorgia Meloni e a Bruxelles. Rama sta usando la leva migratoria per difendere il proprio esecutivo, travolto da accuse di corruzione che rischiano di far crollare il suo sistema di potere.
Il “sistema Rama” trema: lo scandalo Balluku
Edi Rama, al potere ininterrottamente dal 2013, sta affrontando la crisi interna più buia della sua carriera. La Spak, la super-procura speciale anticorruzione albanese finanziata da Stati Uniti e UE, sta smantellando pezzo dopo pezzo la cerchia ristretta del premier. Dopo la condanna in appello del sindaco di Tirana, Erjon Veljai, il colpo più duro è arrivato con l’incriminazione di Belinda Balluku, ex vice-premier, ministra delle Infrastrutture e vera e propria colonna portante del governo.
L’elenco dei reati contestati a Balluku dalla Spak è pesante: abuso d’ufficio per gare d’appalto truccate su strade e tunnel, corruzione legata a mazzette nel settore energetico e riciclaggio di capitali su conti esteri. Sebbene Rama abbia tentato di schermarla dietro l’immunità parlamentare — rifiutandosi di chiederne le dimissioni per paura che la fedelissima possa “parlare” e trascinarlo nel baratro —, Bruxelles osserva la situazione con crescente irritazione. La lotta alla corruzione ai massimi livelli è il requisito non negoziabile per l’ingresso dell’Albania nell’UE. Sentendosi con le spalle al muro, Rama ha deciso di contraccaccare usando l’arma geopolitica a sua disposizione: i migranti.
Il fattore italiano e gli arresti “strategici”
Rama sa perfettamente che Giorgia Meloni è vulnerabile sul tema dei centri in Albania. Il progetto, costato alle casse italiane circa 680 milioni di euro, è sotto il fuoco costante delle opposizioni per spreco di denaro pubblico e violazione dei diritti umani. Nonostante il recente parere favorevole dell’Avvocato generale della Corte di giustizia UE, la sostenibilità politica del piano resta fragile.
In questo contesto, ventilare la chiusura dei centri tramite il proprio ministro degli Esteri serve a Rama per ricordare a Roma quanto il governo italiano dipenda dal suo favore. Non è un caso che, quasi in contemporanea, a Tirana siano stati fermati e identificati tre cittadini italiani con l’accusa di aver partecipato agli scontri durante le manifestazioni dell’opposizione. I media governativi albanesi hanno subito cavalcato la narrativa del “complotto dello straniero”. Una pressione psicologica sottile: l’Italia sostenga Tirana in sede europea contro i rapporti della Spak, oppure il giocattolo dei CPR potrebbe rompersi prima del tempo.
La sponda americana: l’isola di Sazan e Jared Kushner
Irritato dai paletti di Bruxelles sulla legalità, Edi Rama ha progressivamente allontanato l’asse della sua politica estera dall’Unione Europea per cercare protezione a Washington, spingendosi in decisioni che hanno spiazzato i partner europei: dall’inserimento dell’Albania nel Board of Peace per Gaza (fortemente voluto da Donald Trump) alla dichiarazione dell’Iran come Stato terrorista.
Il vero sigillo di questa nuova alleanza strategico-personale è però un affare immobiliare privato. Il governo Rama ha concesso per 99 anni, senza alcuna gara d’appalto pubblica, l’isola disabitata di Sazan — un paradiso naturale incontaminato nel Canale di Otranto, ex base militare del regime comunista — alla Affinity Partners. Si tratta della società di private equity guidata da Jared Kushner, genero di Donald Trump.
L’isola, oggi blindata e sottratta al controllo di ambientalisti e giornalisti, verrà trasformata in un mega-resort di lusso. Per Rama si tratta della polizza assicurativa definitiva: legare i propri interessi a quelli della famiglia Trump per garantirsi l’impunità politica e finanziaria, mentre l’Europa assiste impotente al paradosso di un Paese che chiede di entrare nell’Unione ma ne rifiuta le regole, usando i migranti come merce di scambio.
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