Ci siamo imbattuti, giorni fa, in una nota ufficiale pubblicata sui canali social di un’istituzione pubblica.
Un comunicato nato per rispondere alla segnalazione riguardante alcune carenze del territorio e la gestione dei servizi comuni.
Già il fatto che un ente pubblico scelga di fare un comunicato per mettere alla gogna pubblica un singolo cittadino, citandolo testualmente con nome e cognome, basterebbe a far alzare più di un sopracciglio.
Ma leggendo le righe conclusive siamo andati oltre.
La nota si chiudeva con un aut-aut perentorio rivolto all’utente: se non era a conoscenza dei bollettini dell’ente faceva “disinformazione“, se invece li conosceva si trattava di palese “mala fede” volta a offendere gratuitamente l’amministrazione.
Siamo davanti a un bivio obbligato imposto dall’alto. O sei ignorante o sei un mentitore guidato da cattive intenzioni.
Questa parabola della comunicazione pubblica oggi mostra una deriva preoccupante.
Un tempo eri un utente, poi sei diventato un cittadino con cui interloquire. Oggi, se ti permetti di segnalare pubblicamente un problema che non va, rischi di trasformarti nel bersaglio del post istituzionale del giorno. Con nome, cognome e giudizio morale incorporato.
Davanti a una segnalazione o a una critica, la strada corretta per un’amministrazione pubblica sarebbe lineare. L’ente ha tutto il diritto e il dovere di difendere e spiegare il proprio operato, può illustrare lo sforzo organizzativo, rivendicare i risultati raggiunti o chiarire i passaggi burocratici interni, specificando che magari agli atti non risultavano richieste formali sul problema sollevato.
Fino a questo punto, l’interlocuzione rimarrebbe nei binari della normale dialettica istituzionale. Il problema sorge quando chi ricopre una carica di vertice e gestisce la voce di un’istituzione dimentica il principio cardine del proprio ruolo, accettare il dissenso e rispondere con il dovuto rispetto e decoro.
Invece, l’arroganza e il senso di impunità prendono il sopravvento.
Chi amministra si sente talmente “intoccabile“, talmente al di sopra di ogni critica a causa dei propri meriti manageriali o politici, da ritenere che qualsiasi appunto sia un reato di lesa maestà.
Si smette così di fare l’amministratore pubblico e si indossa la veste del commentatore permaloso.
Una pubblica amministrazione non è una pagina personale, non è un gruppo WhatsApp di amici, né il profilo privato di un assessore o di un dirigente nervoso.
Nelle istituzioni, il tono di voce non è una scelta estetica o una questione di cortesia digitale. Il tono è una garanzia di imparzialità e democraticità.
Quando un ente pubblico usa tutto il peso e la forza della propria struttura per lanciare accuse pubbliche di disinformazione e mala fede contro un cittadino che ha posto una domanda, non sta semplicemente rispondendo, sta esercitando un rapporto di forza schiacciante e profondamente minaccioso.
Il messaggio di fondo è chiaro e pericoloso, se critichi il nostro operato, useremo i canali ufficiali per distruggere pubblicamente la tua credibilità.
Si dimentica chr i cittadini non sono sudditi da rimettere in riga se osano parlare.
Le domande sulla qualità dei servizi non si curano con l’arroganza, si curano con le risposte.
Se l’ente ha ragione, lo dimostri con trasparenza e toni consoni alla propria funzione, accogliendo le preoccupazioni della comunità.
Se anche chi gestisce la cosa pubblica decide di scendere al livello dei post d’attacco e della rissa social, non abbiamo solo un problema di cattiva comunicazione, ma abbiamo un grave problema democratico
Ma purtroppo non è solo la pubblica amministrazione a non accettare critiche o l’ironia. Tutto questo dimosstra che probabilmente l’arroganza sta diventando contagiosa . Ad Maiora

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