Dopo le amministrative centrodestra diviso e sconfitto, tutti contro tutti e torna lo spettro del voto anticipato
Da Messina ad Agrigento, passando per Enna e Marsala, la coalizione di governo si sgretola sotto i colpi di spaccature interne, sconfitte brucianti e l’ombra delle regionali del 2026. Schifani prova a smarcarsi, ma l’anarchia regna sovrana.
Un pomeriggio da incubo, di quelli che lasciano il segno e che nessuna formula retorica sui “risultati puramente locali” può minimizzare. Le ultime elezioni amministrative nei grandi Comuni siciliani restituiscono l’immagine di un centrodestra con le ossa rotte, travolto da una clamorosa battuta d’arresto che rischia di compromettere la tenuta stessa della coalizione a un anno dalla fine della legislatura regionale.
Dando uno sguardo alla mappa del voto, da Messina in giù, le forze di governo arretrano ovunque, pagando a caro prezzo una campagna elettorale disastrosa, liti intestine e un distacco evidente dalle reali dinamiche dei territori.
Il caso più emblematico si consuma a Messina, dove il centrodestra subisce la terza sconfitta consecutiva per mano del partito di Cateno De Luca. A nulla sono servite le passerelle di ministri e sottosegretari, né la designazione a vicesindaco di Matilde Siracusano a sostegno del candidato Marcello Scurria. Sulla figura di quest’ultimo ha pesato come un macigno la revoca da commissario per il risanamento delle baraccopoli decisa dallo stesso governatore Schifani solo nel febbraio 2025. Un paradosso politico che gli elettori non hanno perdonato. De Luca si conferma così lo spauracchio della coalizione: pur non avendo i numeri per vincere da solo la presidenza della Regione, ha dimostrato di avere ampiamente la forza per far perdere il centrodestra.
Ad Agrigento la situazione non è migliore. La candidatura di Luigi Gentile, inserito alla vigilia nella lista degli “impresentabili” dalla Commissione nazionale antimafia, ha finito per sfasciare la coalizione anziché compattarla. I proclami e le promesse elettorali di Matteo Salvini si sono rivelati un boomerang, spianando la strada al candidato del “campo largo” (voluto da Ismaele La Vardera), l’ex deputato 5 Stelle Michele Sodano. Sodano sfiora la vittoria al primo turno con il 39,9% dei voti, capitalizzando anche il malcontento per la gestione fallimentare di “Agrigento Capitale della Cultura”, vetrina internazionale trasformata in un simbolo di inefficienza. Solo il ballottaggio separa la città dei templi da un definitivo cambio di colore politico.
A Enna si è assistito a un vero e proprio monologo politico. Mirello Crisafulli, lo storico “Barone rosso”, ha sfiorato un impressionante 65% dei consensi, surclassando lo sfidante del centrodestra Ezio De Rose, staccato di ben trenta punti percentuali. Una disfatta annunciata, tanto che esponenti di Lega, Mpa e Forza Italia avevano già cercato ospitalità nelle liste civiche di Crisafulli prima del voto, nonostante il Pd avesse negato il proprio simbolo al senatore.
Sconfitta cocente anche a Marsala, quinto comune più popoloso dell’isola. Qui, l’alleanza tra il sindaco uscente Massimo Grillo e l’ex presidente della Provincia Giulia Adamo (sostenuta ufficialmente da FdI, Lega e FI) è naufragata: Adamo non è riuscita a raggiungere nemmeno il 20% dei voti, lasciando la poltrona di primo cittadino ad Andreana Patti, espressione del centrosinistra. Il trend negativo si estende anche a Termini Imerese, dove la grillina Terranova trionfa con il 70%, e a Ispica, dove i candidati di bandiera di Mpa e Fratelli d’Italia restano clamorosamente fuori dal ballottaggio.
In questo scenario di macerie, le pochissime note liete per la maggioranza appaiono poca cosa. Tra queste si salvano la vittoria di Midili a Milazzo, il ballottaggio agguantato da Castiglione a Bronte e, soprattutto, la schiacciante affermazione a Raffadali di Ida Cuffaro, dove la neo sindaca ha stravinto sfiorando l’80% dei consensi nel feudo di famiglia Cuffaro. Una vittoria nel segno della continuità dinastica e territoriale, a Raffadali l’altro zio, Silvio Cuffaro, ha guidato il Comune come sindaco per un intero decennio prima di cedere idealmente il testimone alla nipote, blindando un successo personale che però non riesce a mitigare il disastro della coalizione su scala regionale.
Il presidente della Regione, Renato Schifani, aveva fiutato il pericolo, decidendo deliberatamente di non metterci la faccia e chiedendo ai suoi assessori di fare lo stesso. Un appello caduto però nel vuoto, i membri della giunta si sono gettati a capofitto nei comizi, mostrando però una totale disconnessione dai problemi reali dei cittadini e l’incapacità di spostare voti reali.
Con l’inizio dell’ultimo anno di legislatura e in un clima di aperta anarchia, il centrodestra siciliano si avvia verso la scadenza di ottobre 2026. Ma nei corridoi dei palazzi palermitani, l’impressione generale è che l’agonia di questa coalizione sfilacciata possa concludersi molto prima.
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