Esiste un antico proverbio siciliano che, nella sua crudezza, fotografa una delle piaghe sociali e morali più difficili da estirpare: “Cu mi duna u pani, u chiamu papà”.
Sia chiara, fin da subito, una distinzione fondamentale. Qui non si parla di chi vive nell’indigenza. Chi si trova in condizioni di estrema necessità, povertà o reale bisogno, e si adatta a qualsiasi compromesso pur di portare un pezzo di pane a casa, merita solo rispetto e solidarietà. La fame non ha colpe.
Il focus di questa riflessione è un altro, punta dritto a quella schiera di professionisti, intellettuali, presunti manager e normali cittadini che si vantano costantemente di capacità straordinarie, competenze d’acciaio e un curriculum che sembra scritto dagli dei.
Persone che, a parole, si dicono pronte a spaccare il mondo da sole ma che, nei fatti, passano la vita a cercarsi un “papà” politico o di potere a cui baciare la mano in cambio di una poltrona, un incarico d’oro o un beneficio qualsiasi.
Nelle piazze, nei salotti buoni o sui social network, il copione di questi personaggi è sempre lo stesso. Gonfiano il petto e declamano con orgoglio: “I un’nnaiu bisognu di nuddru”. Si vendono come l’emblema dell’indipendenza e del “self-made man”.
Poi, però, basta spegnere i riflettori. Ed è lì, nel buio del palcoscenico, che li vedi muoversi quatti quatti, con il cappello in mano, dietro le porte delle segreterie politiche o nei corridoi dei palazzi che contano.
Vanno a elemosinare la “prebenda”, lo scatto di carriera, qualche nomina o incarico. Un atteggiamento che smentisce categoricamente i loro stessi titoli, se quelle competenze sbandierate fossero reali, non ci sarebbe alcun bisogno di prostarsi. Chi vale cammina sulle proprie gambe, chi finge di valere ha bisogno di qualcuno che gli regga le stampelle.
Ciò che manca totalmente a questa categoria di persone è la dignità. Quel senso del proprio valore che impedisce di farsi zerbino altrui.
Il problema, purtroppo, non è solo etico, ma strettamente sociale.
Grazie alla spinta di questi “papà” adottivi, i finti competenti riescono a scalzare e scavalcare persone o professionisti più brillanti, onesti e preparati che, avendo una spina dorsale dritta, rifiutano di piegarsi a certe logiche.
Chi non ha un “protettore” e conta solo sulle proprie forze si ritrova infatti sistematicamente invisibile, tagliato fuori da una meritocrazia che esiste solo sulla carta.
“Quando il servilismo diventa un’abilità professionale, il talento diventa un difetto.”
Non è un caso che oggi non c’è politico o manager che non si riempia la bocca con la parola “meritocrazia”.
È il termine più inflazionato dei nostri tempi, svuotato ormai di ogni significato reale. Per la classe di potere che alimenta questo sistema, infatti, il “merito” ha una definizione tutta sua. Non è la bravura, ma la fedeltà assoluta. Anzi, l’asservimento.
Il merito viene riconosciuto solo a chi garantisce obbedienza cieca, a chi è disposto a dire sempre di sì e a chiamare “papà” il potente di turno.
Il risultato è un sistema mediocre, guidato da persone senza spina dorsale, dove il merito reale viene punito e l’adulazione premiata.
Finché non ci libereremo di questa cultura del vassallaggio, finché continueremo a tollerare chi grida indipendenza in pubblico e striscia in privato, la nostra società rimarrà ostaggio dei figli adottivi del potere…e a farne le spese saranno sempre i migliori e i cittadini che si ritrovano in alcuni posti chiave persone non all’altezza. Ad Maiora
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