A Caltanissetta, negli ultimi giorni, l’aria è diventata molto pesante, ma non per colpa del meteo
La città è stata investita da tre veri e propri cicloni, il primo quello giudiziario, che ha scosso le fondamenta delle istituzioni locali, quello atmosferico il secondo e il terzo, forse ancora più dirompente sul piano politico e morale, quello scatenato dalla conferenza stampa di Area Civica.
Eppure, passeggiando per i corsi, sentendo i discorsi al bar o leggendo i social, sembra che il baricentro dell’attenzione e dell’indignazione collettiva si sia spostato altrove.
Di cosa parla Caltanissetta principalmente oggi? Della Croce del Redentore.
Sia chiaro, il monumento del Redentore è un simbolo identitario, un luogo sacro per ogni nisseno, e il fatto che la sua Croce si sia spezzata è un colpo al sentimento e all’immagine della città che va immediatamente sistemato.
Ma c’è un “ma” che lascia un retrogusto amarissimo.
Mentre l’inchiesta giudiziaria scoperchia scenari inquietanti e le denunce di Area Civica tracciano contorni ancora più scuri su una gestione della cosa pubblica, denunce che meriterebbe sostegno, analisi profonde, interventi di tutte le forze politiche di opposizione, ma anche di maggioranza, con la richiesta di risposte immediate sui precisi punti, l’attenzione pubblica e non solo alza gli occgi al cielo e forse per rifugiarsi nel sacro.
È l’ennesimo modo per non parlare? Per evitare di esporsi su fatti e nomi, cognomi e sistemi di potere che quel i due cicloni hanno messo a nudo?
Ma mettiamo le cose in ordine.
La Croce spezzata è sicuramente un danno estetico e simbolico, riparabile con un intervento tecnico, ma fortunatamente non è stato compromesso in maniera irreparabile il monumento.
Il ciclone giudiziario e politico è invece una ferita aperta nel tessuto democratico cittadino che lascerà una profonda cicatrice. Una città “scossa e mortificata” che vede messi in discussione i propri referenti e il proprio domani, il futuro economico, sociale e morale della città.
Concentrarsi ossessivamente sulla Croce mentre i palazzi tremano appare come un comodo alibi.
È molto più facile parlare della Croce spezzata che prendere posizione su quanto emerso nelle aule giudiziarie o nelle denunce politiche.
Ciò che colpisce maggiormente in questo scenario non è solo la distrazione della piazza, ma il silenzio assordante di chi avrebbe e dovrebbe parlare.
In particolare, balza agli occhi l’assenza e il silenzio di coloro che in quella conferenza stampa avrebbero dovuto sedere attorno a quel tavolo e che invece è non c’erano.
Perché questo mutismo? Perché, dopo rivelazioni così pesanti, si preferisce non proferire parola, lasciando che il dibattito pubblico si areni sulla manutenzione di un monumento?
L’impressione, purtroppo, è quella di un déjà-vu che sa di strategia comunicativa, in questo caso una fortunata coincidenza per chi vuole evitare l’imbarazzo.
Impossibile non ricordare quando, proprio nel giorno dell’abbattimento dell’antenna, saltò fuori, a poche ore di distanza, come per magia il discorso della riapertura della piscina comunale.
Anche allora, un tema di forte impatto emotivo e sociale servì a spostare i riflettori dall’abbattimento alla riapertura.
Sembra esserci una coincidenza sistematica, non appena accade qualcosa di estremamente grave, emerge subito un argomento collaterale che permette di girare lo sguardo altrove.
Ma questa volta, c’è un elemento in più, questa volta l’aiutino è arrivato direttamente da Madre Natura, e si sa, quando interviene il cielo, che sia per un fulmine o per una Croce spezzata la precedenza su tutto il resto è garantita, offrendo il paravento perfetto a chi, nel fango del ciclone giudiziario, non ha nessuna voglia di sporcarsi le scarpe.
Ma una città che non ha il coraggio di guardare in faccia i problemi gravi è una città destinata a restare “spezzata” ben oltre quella Croce sul monte San Giuliano.
Caltanissetta, con tutto il dovuto rispetto, merita di più di un dibattito sulla Croce spezzata, in un momento in cui la sua credibilità istituzionale viene travolta.
È tempo che la politica e la società civile smettano di guardare in alto verso la statua e inizino a guardarsi negli occhi, affrontando il ciclone che ha colpito la città. Ad Maiora
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