Pd, M5S e Avs insorgono contro quella che definiscono una “schedatura inaccettabile” durante un incontro pubblico sulla giustizia. Presentata un’interrogazione parlamentare ai ministri Piantedosi e Nordio.
Un’iniziativa pubblica nata per avvicinare i cittadini alle istituzioni si è trasformata in un caso politico nazionale. Al centro della vicenda quanto accaduto nel Tribunale di Oristano, dove due agenti della Digos avrebbero richiesto alla cancelleria l’elenco dei partecipanti a un incontro divulgativo sul funzionamento della macchina giudiziaria.
L’affondo del Partito Democratico
I parlamentari dem Debora Serracchiani (responsabile Giustizia) e Silvio Lai hanno immediatamente annunciato un’interrogazione ai ministri dell’Interno e della Giustizia.
“Se confermato, si tratterebbe di un fatto gravissimo”, dichiarano i due esponenti PD. “Chiedere i nomi dei presenti a un evento pubblico produce un effetto intimidatorio incompatibile con la partecipazione civica. È ancora più preoccupante che avvenga durante una campagna referendaria sulla riforma della Costituzione: i cittadini devono poter discutere liberamente senza il timore di essere schedati.”
M5S e Avs: “No a pratiche di monitoraggio”
Non si sono fatte attendere le reazioni delle altre forze di opposizione:
–Sabrina Licheri (M5S): La senatrice ha definito “inaccettabile” che una lezione sulla giurisprudenza si trasformi in una potenziale operazione di polizia. “Identificare chi partecipa a un evento divulgativo non può diventare un metodo di intimidazione”.
–Francesca Ghirra (Avs): La deputata parla di pratiche incompatibili con lo Stato di diritto, sottolineando il rischio di un “effetto dissuasivo” sulla libertà dei cittadini di informarsi e partecipare alla vita pubblica.
Le richieste al Governo
L’opposizione compatta chiede ora chiarezza assoluta su tre punti fondamentali:
- Chi ha disposto la richiesta dell’elenco nominativo.
- Qual è la base normativa che giustificherebbe tale identificazione in un contesto pubblico e pacifico.
- Quali fossero le finalità reali dietro l’acquisizione dei nomi.
La vicenda solleva un dibattito profondo sul confine tra sicurezza e libertà civica, in un momento delicato in cui il rapporto tra cittadini, politica e magistratura è sotto la lente d’ingrandimento della riforma costituzionale.
La Questura smentisce: “Mai chiesto l’elenco dei partecipanti in Tribunale”
Dopo le dure reazioni di Pd, M5S e Avs, la Polizia chiarisce: “Servizio di vigilanza ordinario per un obiettivo sensibile. Nessuna schedatura dei cittadini.”
Si smorza, almeno sul piano procedurale, il caso politico scoppiato a Oristano. Con una nota ufficiale, la Questura ha smentito categoricamente le indiscrezioni secondo cui alcuni agenti della Digos avrebbero richiesto alla cancelleria del Tribunale i nomi dei cittadini presenti a un incontro pubblico lo scorso 7 marzo.
La replica della Questura: “Solo vigilanza”
Secondo quanto diffuso dalle autorità di pubblica sicurezza, la presenza degli agenti rientrava in un piano di monitoraggio standard.
–Nessuna lista: La nota smentisce esplicitamente che operatori della Polizia di Stato abbiano avanzato richieste di elenchi nominativi.
–Obiettivi sensibili: L’attività era finalizzata alla protezione del Palazzo di Giustizia, considerato “obiettivo sensibile”, per prevenire eventuali disturbi o iniziative estemporanee che potessero compromettere il regolare svolgimento dell’evento.
–Finalità preventiva: La Questura sottolinea che l’iniziativa era già nota agli uffici e che il servizio aveva scopi puramente preventivi e di ordine pubblico.
Il fronte delle opposizioni: resta la richiesta di chiarezza
Nonostante la smentita, il polverone sollevato dalle opposizioni non si placa del tutto. I parlamentari del Partito Democratico, Debora Serracchiani e Silvio Lai, insieme a Francesca Ghirra (Avs) e Sabrina Licheri (M5S), mantengono alta l’attenzione sulla vicenda.
Le interrogazioni parlamentari presentate ai ministri Piantedosi (Interno) e Nordio (Giustizia) mirano a verificare se vi sia stato un corto circuito comunicativo o un eccesso di zelo. Per gli esponenti politici, l’ipotesi di una “schedatura” in un contesto divulgativo e durante una delicata fase di dibattito sulle riforme costituzionali avrebbe rappresentato un “grave precedente intimidatorio”.
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