Il mistero dietro lo scoop di Bloomberg. La più accreditata è “la pista americana”: sono state la Cia o la Nsa? Ma soprattutto: perché?
Lo scoop di Bloomberg sulle conversazioni tra Steve Witkoff, emissario di Donald Trump, e alti funzionari russi apre due storie parallele. Da una parte, rivela quanto fosse stretto e operativo il canale tra l’uomo vicino al Presidente Usa e il Cremlino nei negoziati sulla guerra in Ucraina. Dall’altra, pone un interrogativo ancora più intrigante: chi ha deciso di divulgare quelle telefonate, e con quale obiettivo? Se lo stanno chiedendo un po’ tutti gli analisti, in giro per il mondo.
Le registrazioni riguardano due chiamate intercettate: una tra Witkoff e Yuri Ushakov, consigliere diplomatico di Vladimir Putin, l’altra tra Ushakov e Kirill Dmitriev, già protagonista dei tentativi di tessere il dialogo con la Casa Bianca. Bloomberg afferma di averle ascoltate e trascritte in autonomia, senza però rivelare nulla sulla provenienza del materiale o sui processi di autentificazione adottati. Un dettaglio che colpisce: l’articolo non è firmato né datato, come se qualunque indizio potesse aiutare a risalire alla fonte.
Mercoledì, Ushakov ha di fatto confermato l’esistenza delle conversazioni. Ha parlato di alcune parti “false”, ma ha rifiutato di commentare il resto, sostenendo che si trattasse di comunicazioni riservate. Ha persino ammesso che alcune chiamate potrebbero essere avvenute via WhatsApp, dunque potenzialmente vulnerabili.
La fuga di notizie mostra esattamente ciò che molti sospettavano: Witkoff sembrava agire in sintonia con la linea russa, un dettaglio politico delicatissimo considerando il suo ruolo nel tentativo di mediazione. E proprio per questo l’origine della fuga diventa oggetto di innumerevoli speculazioni. Daniel Hoffman, ex capo della stazione Cia a Mosca, immagina persino un’operazione interna al sistema russo: qualcuno interessato a danneggiare Witkoff o a colpire indirettamente altri centri di potere. Un’ipotesi affascinante, ma non del tutto convincente: sia Ushakov che Witkoff rappresentano figure strategiche per Mosca.
C’è chi guarda invece verso Kiev. L’Ucraina ha molto da perdere da un negoziato dove a farsi garante sarebbe una figura ritenuta troppo vicina al Cremlino. Diffondere quelle prove significherebbe indebolire Witkoff e spingere Washington a riconsiderare la sua mediazione. Ma resta difficile immaginare un apparato ucraino in grado di intercettare e distribuire comunicazioni fuori dal proprio territorio senza rischi geopolitici enormi.
Altri analisti ritengono invece che la pista sia americana. Molti all’interno di CIA e NSA vedono con preoccupazione un possibile ritorno di aperture verso la Russia. Tuttavia, diffondere pubblicamente dell’audio riservato rappresenterebbe un salto nel vuoto per qualunque dipendente scontento: un rischio personale, professionale e legale di dimensioni enormi.
C’è poi una terza via, sussurrata da un altro ex funzionario dei servizi al Guardian: un’agenzia europea. Paesi profondamente coinvolti nel sostegno a Kiev potrebbero aver deciso di intervenire per impedire che si aprisse un canale negoziale percepito come troppo favorevole al Cremlino.
Resta un fatto che sorprende tutti gli esperti interpellati: il leak non riguarda una trascrizione, ma l’audio stesso. Questo suggerisce una fonte con accesso diretto alla raccolta di intelligence o con un peso sufficiente da ottenere materiale allo stadio più sensibile. E la pubblicazione stessa rischia di far saltare un’operazione di sorveglianza in corso: una volta avvertito del pericolo, Ushakov cambierà certamente abitudini, riducendo o cancellando una preziosa finestra informativa per chiunque fosse all’ascolto.
Ecco perché la domanda centrale resta senza risposta. Non stupisce che diversi servizi segreti potessero essere in grado di intercettare quella chiamata. Stupisce che qualcuno abbia deciso di farla uscire. Nel gioco opaco degli equilibri internazionali, questa mossa rimane tuttora la parte più insondabile dell’intera vicenda.
Fonte Agenzia Dire www.dire.it
