Il Medio Oriente resta un immenso focolaio geopolitico in cui si intrecciano cerimonie di commiato di portata storica e nuove accelerazioni militari. Al centro dell’attenzione internazionale ci sono le solenni esequie dell’Ayatollah Ali Khamenei – ucciso nei raid dello scorso febbraio – che stanno convogliando milioni di persone nelle strade iraniane, parallelamente a una ripresa dei bombardamenti statunitensi e a un’altissima tensione che continua a riverberarsi tra Libano, Gaza e Iraq.
Il lungo addio a Khamenei: folla oceanica e tensioni sulla successione
Le celebrazioni per la scomparsa della Guida Suprema sono entrate nel vivo, trasformandosi in una imponente dimostrazione di forza e di retorica anti-occidentale da parte del regime di Teheran. Dopo aver attraversato la capitale, la salma di Ali Khamenei ha raggiunto la città santa di Qom per le successive tappe del rito funebre, che durerà in tutto sei giorni.
Le emittenti di Stato iraniane parlano di una partecipazione record, stimata dal regime in diversi milioni di persone, mentre le agenzie internazionali confermano una marea umana riversatasi nelle strade al grido di “Morte all’America”. Tra i partecipanti sono comparsi enormi striscioni con esplicite minacce dirette a Donald Trump.
Tuttavia, l’evento registra anche pesanti interrogativi di natura politica: alle cerimonie di commiato è stata infatti notata l’assenza di Mojtaba Khamenei, figlio del leader defunto e indicato da molti come il successore alla guida spirituale e politica del Paese. Nel frattempo, il capo della magistratura iraniana ha promesso una “feroce vendetta” contro quelle che definisce le azioni criminali perpetrate dagli Stati Uniti e da Israele.
Nuovo round di raid statunitensi: asse strategico a Hormuz
Mentre il Paese piange il suo leader, lo scenario militare non concede tregua. Gli Stati Uniti hanno sferrato una nuova ondata di bombardamenti mirati nel sud dell’Iran. Secondo le note diramate dal Pentagono e dal Comando Centrale (CENTCOM), i raid sono scattati in risposta a una violazione della fragile tregua da parte di Teheran, accusata di aver condotto attacchi e tentato il posizionamento di mine navali lungo le rotte strategiche dello Stretto di Hormuz.
I caccia e i droni americani hanno preso di mira:
- Sistemi radar e stazioni di controllo della difesa aerea iraniana.
- Siti di lancio missilistico posizionati lungo la costa meridionale.
- Imbarcazioni militari e logistiche della Repubblica Islamica.
La Casa Bianca ha descritto l’operazione come una misura di “autodifesa” per tutelare i contingenti e gli assetti commerciali occidentali nella regione, pur ribadendo di voler mantenere, laddove possibile, canali di moderazione. Immediata la replica del comando iraniano, che per bocca del portavoce delle Forze Armate ha minacciato ritorsioni “molto più severe” che potrebbero estendersi ben oltre i confini regionali, mettendo nel mirino le basi statunitensi nei Paesi del Golfo.
Il riflesso della crisi su Gaza, Libano e Iraq
L’instabilità dell’asse iraniano continua a riflettersi pesantemente sugli altri fronti caldi del Medio Oriente:
- Striscia di Gaza: Sul piano diplomatico, le prospettive di un accordo restano congelate. Fonti governative israeliane hanno liquidato le ultime proposte di tregua avanzate da Hamas definendole “un trucco” per preservare intatta la propria forza militare dominante all’interno della Striscia e riorganizzarsi.
- Libano: Lungo la linea di demarcazione con Israele, i bombardamenti e gli scambi di artiglieria non accennano a diminuire, mantenendo il governo di Beirut in una condizione di perenne allerta umanitaria e strutturale.
- Iraq: Manifestazioni e imponenti cortei di solidarietà con l’Iran e con la causa palestinese hanno paralizzato diverse aree del Paese. Per ragioni di sicurezza legate al massiccio afflusso di delegazioni e ai timori di escalation, le autorità irachene hanno disposto la chiusura temporanea dello scalo internazionale di Najaf.
I mediatori internazionali – tra cui spiccano emissari pakistani e diplomatici turchi – rimangono al lavoro nel tentativo di riannodare i fili di una trattativa globale tra Washington e Teheran, ma i fatti sul campo e l’ondata di fervore patriottico che attraversa l’Iran rendono il cammino verso una reale stabilizzazione quanto mai incerto.
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