Nel magico e volubile mondo della politica italiana basta una manciata di secondi, il tempo di una dichiarazione tagliente alla stampa, per trasformare l’idolo indiscusso dei sovranisti nostrani nel peggior nemico della patria.
Oggi l’Italia politica si scopre improvvisamente compatta nel difendere la premier Giorgia Meloni dall’umiliazione pubblica inflittale da Donald Trump.
Il tycoon l’ha liquidata con una delle sei solite uscite sprezzanti, sostenendo che al G7 lo avrebbe implorato per una foto facendogli quasi pena. Una provocazione a cui la premier ha risposto prontamente ribadendo che l’Italia non implora mai, incassando la solidarietà bipartisan del Paese e persino del Colle.
Ma il vero spettacolo, più che nelle parole di Trump, sta nel cortocircuito che sta mandando in fiamme la stampa e la classe politica di centrodestra.
Le frasi e gli insulti contro l’ex e attuale alleato d’oltreoceano oggi si sprecano. A guidare la carica dell’indignazione collettiva è il quotidiano Libero, che non ha usato giri di parole arrivando a titolare “Trump è un coglione”.
Un titolo forte, rilanciato e condiviso con foga da migliaia di sostenitori sui social, diventato il manifesto della nuova linea editoriale, Trump è un cialtrone, un arrogante, un bullo da isolare.
Peccato che fino a ieri la musica fosse radicalmente diversa. C’è una netta differenza tra la legittima difesa della dignità nazionale e la clamorosa amnesia collettiva di chi, fino a poche settimane fa, tesseva le lodi del miliardario di Mar-a-Lago.
Tutti sembrano aver rimosso l’infatuazione collettiva del centrodestra per il trumpismo. Vale la pena rinfrescare la memoria con alcune delle dichiarazioni d’amore politico che oggi suonano decisamente bizzarre.
Solo qualche tempo fa, la stessa premier italiana tesseva le lodi della politica estera di Trump, arrivando a dichiarare pubblicamente che il tycoon avrebbe meritato il Premio Nobel per la pace per la sua capacità di gestire gli equilibri geopolitici senza scatenare nuovi conflitti.
Solo quarantotto ore prima dello scontro, i titoli dei quotidiani d’area parlavano entusiasti di un ritrovato amore e di un asse strategico Meloni-Trump fondamentale per l’Europa, difendendo il presidente americano da qualsiasi critica progressista.
Per anni, da Fratelli d’Italia alla Lega, Trump è stato dipinto come il faro della rinascita conservatrice globale. Chiunque osasse criticarne i modi, l’isolazionismo o le intemperanze verbali veniva bollato dai paladini nostrani come membro del campo progressista o radical chic incapace di capire il popolo. Trump era l’amico intoccabile che non si doveva assolutamente criticare.
Oggi, davanti al ministro degli Esteri Tajani che annulla i viaggi istituzionali negli USA per protesta e ai governatori che fanno muro a difesa della premier, si consuma il definitivo risveglio dal sogno.
Prendere le difese della Presidenza del Consiglio italiana di fronte a un attacco gratuito e arrogante è un atto sacrosanto e doveroso per chiunque abbia a cuore la dignità delle istituzioni. Tuttavia, lo sbigottimento di certi politici, giornalisti e cittadini appare quantomeno tardivo.
Ci voleva un attacco diretto e personale a Giorgia Meloni per far comprendere al centrodestra italiano la vera natura di Donald Trump? Il Tycoon non è mai stato un fine diplomatico, né un alleato guidato da sentimenti di amicizia o lealtà ideologica, si muove da sempre secondo la logica dell’America First, dove gli alleati non sono partner paritari, ma comparse da usare o umiliare a seconda della convenienza del momento.
Beh, adesso finalmente l’hanno capito da Roma a Caltanissetta.
Questa vicenda, però, ci lascia una lezione che va ben oltre la diplomazia internazionale: dimostra quanto sia pericoloso l’allineamento cieco e acritico al “pensiero unico” di una fazione politica.
Oggi più che mai bisognerebbe avere la forza di coltivare una propria e libera idea, senza limitarsi a seguire e a ripetere a comando quello che dicono i leader di turno.
Un elettorato maturo dovrebbe giudicare i fatti con la propria testa, rifiutando di farsi trascinare dai cambi di rotta repentini di chi un giorno vi dice che un personaggio è da Nobel e il giorno dopo che è un “coglione”.
La coerenza e l’indipendenza intellettuale rimangono l’unico vero scudo contro la propaganda, da qualsiasi parte essa arrivi. Ad Maiora
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