La Corte dei Conti: ritardi strutturali, promesse mancate e sovraffollamento cronico nelle carceri italiane
È passato un decennio dalla chiusura dell’esperienza commissariale per l’edilizia penitenziaria, ma le celle restano piene, le strutture cadenti, i progetti sulla carta. Lo dice la Corte dei conti, senza mezzi termini: il piano carceri è in grave ritardo. Nella relazione approvata con delibera n. 42/2025/G, i magistrati contabili fotografano una realtà che sfiora il paradosso: mentre il sovraffollamento raggiunge livelli d’emergenza in sei Regioni – Lombardia, Puglia, Campania, Lazio, Veneto e Sicilia – molti interventi sono ancora in fase embrionale o cancellati del tutto.
La Corte ha passato al setaccio il periodo 2021-2024, indagando sullo stato di attuazione del piano previsto dal decreto interministeriale del 10 ottobre 2014. Gli obiettivi disegnati nel Piano – ampliamenti, nuove strutture, manutenzioni straordinarie, digitalizzazione – risultano in larga parte disattesi. Mentre la popolazione detenuta cresce, lo Stato si dimostra incapace di garantire condizioni minime di dignità, come previsto dalla Costituzione e dagli standard internazionali.
Il ritorno dell’emergenza permanente
Le ragioni? Inadempienze contrattuali delle imprese, fabbisogni degli istituti che mutano più in fretta dei cantieri, mancanza di risorse per finanziare le varianti progettuali. È un film già visto: promesse di riforma inghiottite da un sistema che si muove per inerzia. La Corte dei conti, per l’ennesima volta, è costretta a suonare l’allarme. Ma l’eco sembra disperdersi in un vuoto di responsabilità.
Il quadro tratteggiato è tanto più grave se si considera la recidiva del sistema. Dopo la condanna dell’Italia nella sentenza “Torreggiani” del 2013, la Corte europea dei diritti umani aveva imposto misure urgenti per superare il sovraffollamento cronico e migliorare le condizioni detentive. Oggi, a distanza di dodici anni, quegli obblighi restano disattesi. Il numero di suicidi nelle carceri italiane lo testimonia ogni anno: 83 solo nel 2024.
Le promesse di Nordio e il vuoto di governo
Il ministro Carlo Nordio aveva promesso 8.000 nuovi posti entro il 2026, un piano di interventi urgenti, nuove strutture, meno carcere per i reati minori, più espulsioni e più affidamenti ai servizi. Ma mentre le promesse si moltiplicavano in conferenza stampa, il ministero tagliava del 50% i fondi destinati al lavoro penitenziario. E quando il sovraffollamento è esploso, Nordio ha indicato la magistratura come responsabile, accusandola di “mettere troppa gente dentro”. È il rovesciamento perfetto: al disastro strutturale si risponde con lo scaricabarile.
La Corte non si limita alla denuncia. Chiede che si parta almeno da una stima realistica dei costi e da una pianificazione efficace delle risorse. Propone la definizione di linee guida per gli edifici penitenziari, in linea con gli standard europei e internazionali. Raccomanda un monitoraggio costante al nuovo Commissario straordinario, incaricato di vigilare sulla realizzazione degli interventi nel rispetto dei cronoprogrammi procedurali e finanziari.
In alcune regioni si superano ormai i 130 detenuti ogni 100 posti disponibili. E nonostante i fondi stanziati nel PNRR per digitalizzazione e edilizia, la Corte rileva che «le risorse non sempre sono state allocate secondo criteri di priorità effettiva», con cantieri mai avviati o sospesi a metà.
Ma è proprio questo il nodo: si continua a parlare di “nuovi commissari”, “nuove fasi”, “nuove programmazioni”, mentre gli istituti restano gli stessi. Lo stato di emergenza è ormai fisiologia. La pena che dovrebbe rieducare si trasforma in abbandono. I detenuti non scontano solo la condanna inflitta da un tribunale, ma anche quella dell’inadempienza dello Stato. E nel frattempo, lo stillicidio di vite che si spengono dietro le sbarre continua a scorrere, inosservato.
Fonte LANOTIZIGIORNALE.IT di Giulio Cavalli

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