Viviamo nell’era della reperibilità globale, dove un click ci permette di accorciare le distanze e sentirci parte di una comunità, anche quando la vita ci ha costretti a cercare fortuna altrove.
Ma viviamo anche nell’era dei “fenomeni da social”, personaggi specchiati nella propria presunta perfezione che, dietro lo schermo di uno smartphone, compensano la scarsa sostanza della loro vita reale ergendosi a giudici del mondo.
L’ultimo squallido esempio di questa deriva arriva dalla cronaca di un normale gruppo social cittadino.
La vicenda, che lascia l’amaro in bocca, nasce da un post di un nostro concittadino. Una persona con disabilità e serie difficoltà personali, costretto a vivere fuori perché questa terra, troppo spesso matrigna, non è stata in grado di offrirgli un’opportunità lavorativa dignitosa.
Eppure, nonostante la distanza, il suo cuore è rimasto ancorato qui. Segue le vicende locali, si informa, vuole sentirsi ancora parte del tessuto cittadino.
Qualche giorno fa, questo ragazzo ha semplicemente scritto un post per chiedere informazioni sulla situazione della piscina comunale. Un dubbio legittimo, una domanda come tante. Ma invece di ricevere risposte utili, è diventato il bersaglio dei “professori” del web.
Sia chiaro, sui social ognuno ha il sacrosanto diritto di postare o commentare ciò che vuole, ovviamente entro certi limiti, e nessuno è obbligato a intervenire per forza. Se un argomento non interessa, basta scorrere oltre.
È singolare, tuttavia, notare come certi personaggi non entrino quasi mai nel merito dell’argomento trattato, ma preferiscano fare le pulci alla forma. Si ergono a paladini della lingua italiana se qualcuno sbaglia un verbo o non è perfetto nella scrittura.
A parte il fatto che, prima di criticare gli altri, questi accademici dell’ultim’ora dovrebbero avere la decenza di guardare come scrivono loro, spesso ci sarebbe da ridere, la cosa più grave è la totale mancanza di empatia. Si critica chi non si conosce, ignorando deliberatamente la condizione personale e le difficoltà di chi sta dall’altra parte dello schermo.
Colpisce, ma non stupisce, notare come questi “eroi della tastiera”, pur avendo a disposizione decine di post su cui intervenire per il bene della comunità, concentrino la loro sapienza proprio dove farebbero meglio a tacere.
Sulle mille anomalie e sui problemi cronici che attanagliano la nostra città, costoro tacciono. Forse per convenienza, forse per ignavia, “pari mali”, si direbbe dalle nostre parti. Però trovano il coraggio di leone per scagliarsi contro un ragazzo fragile, colpevole solo di aver accennato a un refuso mentre chiedeva notizie su un servizio pubblico.
La dinamica successiva è lo specchio esatto della nostra società capovolta. Costretto dalla ferocia di certi commenti, il ragazzo non solo è dovuto intervenire pubblicamente per spiegare la sua situazione, ma si è spinto fino a scriverci in privato per scusarsi di aver provocato una discussione inutile, dimostrando una sensibilità ed educazione che è mancata ad alcuni commentatori che non si sono neanche presi la briga di scusarsi.
Una persona con gravi difficoltà che chiede scusa a chi lo ha “bullizzato” per un verbo. C’è qualcosa di profondamente rotto in questo meccanismo. Invece di ricevere informazioni sulla piscina, ha ricevuto sentenze. Nel suo caso, poi, non si può nemmeno parlare di “errore”, ma di una condizione vissuta con dignità che non merita certo il voto sul registro da parte di certa gente.
Questo genere di atteggiamenti non è solo fastidioso, è tossico. Ci dà la misura esatta dello spessore morale di alcune persone. Soggetti che nella vita reale probabilmente non hanno voce in capitolo, non brillano per iniziative e non lasciano il segno, ma che sui social cercano la loro microscopica gloria quotidiana calpestando il prossimo.
L’analisi di questo episodio traccia un identikit preciso di una categoria umana tanto rumorosa sul web quanto inconsistente nel quotidiano.
Si tratta di individui che applicano sistematicamente un doppio standard morale, sono rigorosi ed inflessibili con i più fragili, ma diventano improvvisamente ciechi e silenti di fronte ai veri problemi, alle ingiustizie e alle disfunzioni che colpiscono la città. Concentrati sulla forma per nascondere il vuoto dei loro contenuti, si dimostrano totalmente privi di empatia, incapaci di fare un passo indietro e di guardare ai propri limiti prima di giudicare severamente la vita e le difficoltà degli sconosciuti.
Internet doveva essere una finestra sul mondo, un modo per includere. Per colpa di questi fenomeni di scarsa sostanza, rischia di diventare un ring dove l’unica regola è l’arroganza.
Al nostro concittadino esprimiamo pubblicamente, dopo averlo già fatto in privato, va la totale solidarietà.
A chi ha preferito guardare il dito anziché la luna, l’augurio che un giorno guardandosi allo specchio lo stesso restituisca loro l’immagine di ciò che sono veramente. Ad Maiora
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