“Ei fu. Siccome immobile…..”. Le parole scolpite da Alessandro Manzoni per la morte di Napoleone Bonaparte risuonano oggi tra le vie del centro storico di Caltanissetta con un’eco sinistra.
Non celebrano la caduta di un imperatore, ma sembrano descrivere l’agonia di una città che, dopo aver toccato le vette del prestigio economico e culturale, pare essersi arresa a un declino che sa di epitaffio.
Caltanissetta oggi è un corpo che “esala l’ultimo respiro” sotto il peso di scandali, inchieste giudiziarie e un degrado che non è solo architettonico, ma profondamente morale.
Eppure, proprio tra le pieghe di questa crisi, s’intravede l’ultima possibilità di riscatto, un patto generazionale che rompa le catene del passato.
C’è stato un secolo in cui il mondo guardava a Caltanissetta.
Era la Capitale Mondiale dello Zolfo, il cuore pulsante di un’economia mineraria che generava ricchezza, innovazione e una borghesia illuminata.
Quella prosperità non era fine a se stessa, trasformò la città in un avamposto intellettuale, una “Atene del Centro Sicilia” capace di attrarre menti eccelse.
Dall’intuizione industriale dell’Amaro Averna al genio letterario di Rosso di San Secondo, fino a Leonardo Sciascia, Caltanissetta è stata un laboratorio di modernità.
Un tempo in cui “stare in piedi” significava competere con i mercati europei e produrre cultura d’avanguardia.
Oggi quel primato è un ricordo sbiadito, quasi doloroso. Il raffronto con il presente è impietoso.
Le cronache non parlano più di eccellenze, ma di faldoni delle procure, inchieste e scandali ripetuti hanno rivelato un sistema di gestione della cosa pubblica spesso miope, erodendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il centro storico, un tempo salotto della nobiltà e del commercio, è oggi un deserto di macerie e saracinesche abbassate.
L’emorragia demografica dei giovani completa il quadro di una città che rischia di svuotarsi della sua linfa vitale.
Siamo vicini al punto di non ritorno, quella soglia oltre la quale il declino diventa irreversibile e l’identità cittadina scompare definitivamente.
Per evitare che il “fu” manzoniano diventi il verdetto definitivo, serve una proposta politica di rottura. Non l’ennesimo rimpasto di nomi noti, ma una nuova alleanza fondata su due pilastri: l’energia dei giovani “rimasti” e l’integrità dei meno giovani “puliti”.
La forza propulsiva deve partire dai giovani che hanno scelto di non fuggire. Sono loro i portatori di nuove visioni, di nuove competenze e di un desiderio di normalità e legalità che la vecchia politica ha soffocato.
Poiché l’entusiasmo da solo può infrangersi contro i muri della burocrazia, è necessario il supporto di figure esperte.
Parliamo di uomini e donne che nella loro vita professionale e civile sono stati “specchio pulito” di onestà e correttezza. Mentori che non cercano poltrone o soldi, ma che mettono la loro esperienza a protezione dei giovani, facendosi garanti di trasparenza e legalità amministrativa.
Caltanissetta non può più permettersi di restare “muta e attonita” a guardare la propria rovina.
La redenzione della città passa dal coraggio di scardinare certe logiche per sostituirle con un’amministrazione che sia, finalmente, una vera “casa di vetro”.
Nello stesso tempo serve che la politica attuale prenda urgentemente provvedimenti seri nei confronti dei propri iscritti, amici e colleghi coinvolti a vario titolo nelle diverse vicende di questi ultimi periodi, specialmente se tra questi figurano esponenti di primo piano o persone vicine a loro.
Se la politica saprà farsi servizio e non carriera, se i giovani sapranno farsi guidare senza farsi strumentalizzare, allora il “Cinque Maggio” nisseno non sarà il giorno del lutto, ma quello di una difficile, ma grandiosa, resurrezione.
La scintilla c’è ancora; sta ai cittadini decidere se soffiarci sopra per riaccendere la “speranza” o lasciarla spegnere per sempre.
Ad Maiora
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