L’Italia si riscopre una repubblica fondata sulla comitiva.
Sotto la patina delle grandi dichiarazioni programmatiche, la gestione della cosa pubblica continua a essere regolata dal principio più antico e degradante: la fedeltà alla tribù.
L’amichettismo non è una semplice degenerazione del sistema, ma il suo vero motore propulsore. È il trionfo della consorteria da bar applicata alle istituzioni, un meccanismo che ha sostituito il curriculum con il legame di sangue politicizzato e la competenza con la complicità da cerchio magico.
Mentre ai vertici dello Stato si lottizzano poltrone e fondazioni per premiare la lealtà ideologica, è nei territori che il veleno dell’amichettismo agisce con spietata capillarità.
Nei piccoli e medi contesti locali, dove tutti si conoscono e l’amministrazione controlla le opzioni di sopravvivenza economica, la politica cessa di essere un servizio e diventa un feudo. Lì non si governa per la comunità, si amministra per la cricca.
In queste realtà la repressione non usa il bastone, ma il portafogli e l’ostracismo.
Chi osa alzare la testa, avanzare una critica o semplicemente mostrare una testa troppo autonoma viene marchiato come nemico e proscritto.
Bandi di gara disegnati ad hoc, progetti inascoltate, risposte non date, consulenze ritagliate su misura per i soliti noti, insomma il tutto diviene un acquario asfissiante dove per respirare bisogna obbedire.
Si assiste così al triste spettacolo dell’autocensura preventiva, con professionisti, commercianti e intellettuali che ingoiano rospo e rospo pur di non essere inseriti nella lista nera dei cattivi.
In questo teatro del ricatto strisciante, la politica “ripaga”. Premia il silenzio complice, ricompensa l’allineamento dei mediocri, distribuisce prebende a chi sa rimanere fedele al capobastone di turno.
Il merito diventa una colpa, un’insidia per la leadership imperfetta che teme il confronto; la servitù viene al contrario incoronata come virtù civica.
Il risultato è la desertificazione delle menti migliori, spinte a fuggire o a ritirarsi nel privato, e l’assegnazione della gestione collettiva a una falange di incapaci ma fidatissimi yes-man.
Questa dittatura dell’incompetenza felice porta dritta al disastro amministrativo e all’ipocrisia sociale.
Un sistema che seleziona con la logica del clan non è solo ingiusto, è strutturalmente degenere.
Condanna la cosa pubblica all’inefficienza cronica e insegna ai giovani un’unica, devastante lezione di vita, per farsi strada nella vita non serve studiare o valere qualcosa, basta trovarsi l’amico giusto al momento giusto e non contraddirlo mai. Ad Maiora
—————————————–
Questo articolo è frutto di un lavoro di ricerca autonomo e gratuito. Se apprezzi la qualità e l’indipendenza della nostra informazione, puoi contribuire liberamente a sostenere questo nostro progetto editoriale con una donazione volontaria qui il link

Per rimanere aggiornato sulle ultime notizie locali segui gratuitamente il canale WhatsApp di Caltanissetta401.it https://whatsapp.com/channel/0029VbAkvGI77qVRlECsmk0o
Si precisa: La pubblicazione di un articolo e/o di un'intervista scritta o video, in tutte le sezioni del giornale,
non implica necessariamente la condivisione, totale o parziale, dei contenuti espressi. Gli elaborati
possono rappresentare opinioni, interpretazioni o ricostruzioni storiche anche di carattere soggettivo.
Le dichiarazioni riportate sono pertanto attribuibili esclusivamente all'autore e/o all'intervistato che
ha fornito il contenuto. L'obiettivo della testata è quello di offrire un'informazione ampia e pluralista,
divulgando notizie e approfondimenti di interesse pubblico.
In merito agli argomenti trattati, Caltanissetta401.it resta a disposizione degli interessati per la
pubblicazione di comunicati, precisazioni o eventuali repliche che verranno inviate alla redazione.
Invitiamo infine i lettori ad approfondire sempre i temi affrontati, consultando più fonti e formando
autonomamente il proprio giudizio.