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Il feudo degli amici: come l’amichettismo sta soffocando la politica e il merito

Autore: Sergio Cirlinci Visualizzazioni: 52 Tempo di lettura: 3 Pubblicato il: 02/09/2026
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L’Italia si riscopre una repubblica fondata sulla comitiva.

Sotto la patina delle grandi dichiarazioni programmatiche, la gestione della cosa pubblica continua a essere regolata dal principio più antico e degradante: la fedeltà alla tribù.

L’amichettismo non è una semplice degenerazione del sistema, ma il suo vero motore propulsore. È il trionfo della consorteria da bar applicata alle istituzioni, un meccanismo che ha sostituito il curriculum con il legame di sangue politicizzato e la competenza con la complicità da cerchio magico.

Mentre ai vertici dello Stato si lottizzano poltrone e fondazioni per premiare la lealtà ideologica, è nei territori che il veleno dell’amichettismo agisce con spietata capillarità.

Nei piccoli e medi contesti locali, dove tutti si conoscono e l’amministrazione controlla le opzioni di sopravvivenza economica, la politica cessa di essere un servizio e diventa un feudo. Lì non si governa per la comunità, si amministra per la cricca.

In queste realtà la repressione non usa il bastone, ma il portafogli e l’ostracismo.

Chi osa alzare la testa, avanzare una critica o semplicemente mostrare una testa troppo autonoma viene marchiato come nemico e proscritto.

Bandi di gara disegnati ad hoc, progetti inascoltate, risposte non date, consulenze ritagliate su misura per i soliti noti, insomma il tutto diviene un acquario asfissiante dove per respirare bisogna obbedire.

Si assiste così al triste spettacolo dell’autocensura preventiva, con professionisti, commercianti e intellettuali che ingoiano rospo e rospo pur di non essere inseriti nella lista nera dei cattivi.

In questo teatro del ricatto strisciante, la politica “ripaga”. Premia il silenzio complice, ricompensa l’allineamento dei mediocri, distribuisce prebende a chi sa rimanere fedele al capobastone di turno.

Il merito diventa una colpa, un’insidia per la leadership imperfetta che teme il confronto; la servitù viene al contrario incoronata come virtù civica.

Il risultato è la desertificazione delle menti migliori, spinte a fuggire o a ritirarsi nel privato, e l’assegnazione della gestione collettiva a una falange di incapaci ma fidatissimi yes-man.

Questa dittatura dell’incompetenza felice porta dritta al disastro amministrativo e all’ipocrisia sociale.

Un sistema che seleziona con la logica del clan non è solo ingiusto, è strutturalmente degenere.

Condanna la cosa pubblica all’inefficienza cronica e insegna ai giovani un’unica, devastante lezione di vita, per farsi strada nella vita non serve studiare o valere qualcosa, basta trovarsi l’amico giusto al momento giusto e non contraddirlo mai. Ad Maiora

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