Riportiamo integralmente quanto pubblicatto sulla sua pagina Facebook dall’on. Saverio Romanoi
“IL METODO DEL SOSPETTO CON O SENZA IL SOSPETTATO…
C’è un genere che da queste parti conosciamo a memoria. Si prende una vicenda amministrativa locale, ci si versa dentro qualche nome del passato, si aggiunge una vecchia informativa, una foto sgranata, un «non è indagato, ma…», e il piatto è servito. La cronaca diventa trama, la trama diventa sospetto, il sospetto diventa la notizia. Nessun fatto nuovo, nessun atto, nessuna contestazione. Soltanto l’arte antica dell’accostamento, che c’è ancora chi prova a spacciare per inchiesta.
L’articolo di Attilio Bolzoni su Caltanissetta appartiene a questo genere, e ha perfino la cortesia di smentirsi da solo. Dopo pagine di «palude», «soliti amici» e grandi manovre, l’autore confessa in chiusura ciò che fa crollare l’intero edificio, cioè «nulla di penalmente rilevante». Un finale da brevettare. Costruisci mezz’ora di suspense e poi avverti il lettore che non è successo niente. In libreria lo chiamerebbero romanzo, ammesso che un romanzo abbia una trama che sta in piedi.
Prendiamo Massimo Dell’Utri. È lo stesso pezzo a chiarire che con il più noto Marcello non ha nulla da spartire. E allora a che serve tirare in ballo quel cognome, se non per far lavorare l’assonanza là dove i fatti scarseggiano? Il sottosegretario non risulta indagato. Lo hanno fotografato, pedinato, infilato in un faldone di milletrecento pagine, e da tutto quel lavoro su di lui non è rimasto niente. Di norma, quando da mille pagine non viene fuori nulla, la notizia è che non c’è la notizia. Qui invece diventa il titolo. Che un candidato venga poi nominato non è un’ombra, è la normale fisiologia della politica, la stessa per chiunque.
In quell’elenco c’è anche il mio nome. Non per un’indagine, non per un avviso, non per un rigo d’addebito. Per accostamento, perché un sottosegretario avrebbe mosso i primi passi, vent’anni fa, all’ombra di Tizio e poi di Caio. Vorrei capire da quando le frequentazioni politiche di due decenni fa sono diventate una colpa, e da quando aver fatto politica in Sicilia equivale a un capo d’imputazione. Se la regola è questa, allora mettiamo sotto processo l’intera storia dell’isola, una fotografia per volta.
Sia chiaro, la critica è il sale della democrazia, e chi fa politica se la deve prendere tutta, anche quando brucia. Ma tra criticare e mascariare c’è una differenza. Rimettere in fila inchieste vecchie come se fossero di ieri, mescolare chi è indagato con chi non lo è finché il lettore non capisce più chi ha fatto cosa, non è giornalismo investigativo, è scenografia. Il sospetto non è una prova, ne è il contrario. E garantisti si è con tutti, con gli assolti, con i non indagati e perfino con chi ci sta sullo stomaco, perché la presunzione d’innocenza o vale per chiunque o non vale per nessuno.
A Caltanissetta le cose serie ci sono davvero. Un’amministrazione comunale, un provvedimento prefettizio, interdittive da verificare. Si raccontino quelle, con nomi e atti precisi. Costa più fatica della solita ballata sui salotti siciliani, lo capisco, ma è l’unico lavoro che serva ai cittadini e l’unico che meriti il nome di inchiesta.
Per quel che mi riguarda, i miei fatti stanno scritti negli atti, non nelle insinuazioni. Vale per me e vale per chiunque venga marchiato senza una sola contestazione, Dell’Utri compreso. Scrivono che Caltanissetta è tornata sulla scena. A giudicare dal copione, vecchie carte, vecchie foto e il consueto gran finale in cui non accade nulla, più che un’inchiesta sembra una replica. E nelle repliche, si sa, l’unico che si diverte è chi recita da una vita sempre la stessa parte”
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