Una riflessione del Direttore Sergio Cirlinci
Sala e sedie tutte occupate in una sala di un noto albergo cittadino, si sa, sono spesso il riflesso condizionato più da una curiosità mediatica sapientemente alimentata, non obbligatoriamente la prova di un progetto per il Paese.
La tappa di Roberto Vannacci a Caltanissetta ha confermato un copione già visto, con l’ex generale che riempie gli spazi fisici facendo leva sulle paure collettive, ma lascia drammaticamente vuoti quelli dell’alternativa politica e della proposta amministrativa.
Il tour siciliano per presentare il suo nuovo movimento, “Futuro Nazionale”, nato dalle ceneri dell’esperienza leghista e strutturato con uno statuto centralizzato che lascia ben poco spazio alla democrazia interna, è sbarcato nel cuore dell’isola. Accompagnato dai soliti colonnelli d’area, Vannacci ha riproposto il suo collaudato spartito, retorica identitaria, richiami autarchici e un’idea di riscatto del Mezzogiorno che somiglia più a un nostalgico ritorno al passato che a un piano di sviluppo moderno.
Parlare di “biomasse come combustibile autarchico”, ergersi a paladino delle “botteghe artigiane contro la modernità” o sbandierare lo slogan della “remigrazione” contro lo spauracchio della sostituzione etnica, in una terra che soffre di storiche carenze infrastrutturali, isolamento ferroviario e una drammatica fuga di cervelli, non è un programma politico: è folklore ideologico.
Mentre l’ex generale evoca scenari di rimpatrio per gli immigrati per difendere i confini culturali della nazione, si scontra con una realtà locale capovolta. La vera emergenza demografica del centro Sicilia non è l’immigrazione, ma l’emigrazione forzata dei suoi stessi giovani, costretti ad abbandonare la provincia per mancanza di lavoro e prospettive. Offrire ricette basate sull’isolazionismo e sul ritorno a un passato idealizzato a ragazzi che chiedono solo infrastrutture moderne, digitalizzazione e mercati aperti per poter restare nella propria terra, svela il profondo cortocircuito tra la propaganda del generale e i bisogni reali del territorio.
Il paradosso generazionale: i giovani in sala e il cortocircuito ideologico
Eppure, a guardare i video dell’incontro pubblicati in rete, emerge un dettaglio che balza immediatamente all’occhio e che impone una disamina profonda, priva di sbrigativi schematismi: l’altissima affluenza di pubblico e, soprattutto, la presenza massiccia di giovanissimi tra le prime file.
Non si è trattato della solita platea nostalgica o anagraficamente matura che spesso popola i congressi della destra più radicale. C’erano ventenni, studenti, ragazzi nati e cresciuti nell’era della globalizzazione digitale. Un dato, questo, che deve far riflettere e che solleva interrogativi cruciali sulla tenuta culturale del nostro tempo.
Com’è possibile che una retorica improntata sul culto del dovere marziale, sul rigetto del multiculturalismo e sulla difesa a oltranza della famiglia tradizionale faccia breccia proprio in quella “Generazione Z” che la sociologia descrive come fluida, iper-connessa e cosmopolita?
La risposta sta probabilmente in un cortocircuito emotivo prima ancora che politico. In un’epoca segnata dall’incertezza cronica e dalla desertificazione giovanile che svuota l’entroterra siciliano, il massimalismo di Vannacci non viene percepito da questi giovani come un limite, ma come un ancoraggio. Laddove la politica tradizionale offre tecnicismi e promesse sbiadite, il generale risponde con un catalogo di certezze assolute, quasi rassicuranti nella loro spigolosità. La “patria”, l’ordine, l’identità sbandierata diventano una risposta identitaria forte a un senso di smarrimento collettivo che la sinistra e il civismo moderato non riescono più a intercettare.
Vannacci, in sostanza, riesce a capitalizzare la rabbia di una gioventù che si sente dimenticata dalle istituzioni, offrendo loro il fascino della scorciatoia ribelle: presentare tesi profondamente conservatrici e reazionarie sotto le mentite spoglie di un atto di controcultura e anticonformismo rispetto al “politicamente corretto”.
Questo quadro complesso si è riflesso frontalmente sulle piattaforme digitali, dove il dibattito si è consumato senza i filtri degli applausi di circostanza. Sulle pagine locali e nelle community nissene, il passaggio del generale ha sollevato un polverone che mette a nudo la frammentazione del discorso pubblico attuale.
Da una parte, la tifoseria digitale dei social ha inondato i post di benvenuto, celebrando l’uomo che “dice quello che tutti pensano”.
Ma è il trionfo del populismo della banalità, dove la complessità dei problemi economici di una città dell’entroterra viene azzerata in nome della difesa dei “valori tradizionali”
Dall’altra parte è esplosa l’indignazione, gridando al retrogusto nostalgico e barricandosi dietro accuse di conservatorismo cieco. Una reazione legittima, ma che rischia di regalare ulteriore centralità a chi della provocazione ha fatto la propria fortuna politica.
Non è mancata infine la quota di ironia. Se molti giovani erano fisicamente in sala, altrettanti coetanei sono rimasti a guardare il fenomeno da dietro lo schermo, invadendo le chat e le pagine Instagram con meme che hanno ironizzato sul contrasto tra la postura marziale del generale e le reali, prosaiche urgenze del territorio nisseno.
Il “qualunquismo nero” di Futuro Nazionale intercetta lo scontento di chi si sente tradito dalle promesse dei partiti tradizionali, ma non offre risposte concrete. Al di là dei proclami sulla libertà d’espressione, lo schema verticistico della nuova creatura politica dimostra che il generale applica ai suoi comitati la stessa rigida disciplina che dice di voler combattere nei “giudici della morale”.
La tappa di Caltanissetta, insomma, restituisce l’immagine di una politica ridotta a spettacolo itinerante.
Ma se le sale degli hotel continuano a riempirsi di giovani e non pronti ad ascoltare nostalgiche ricette del passato, la colpa non è solo di chi soffia sul fuoco del malcontento, ma di chi ha lasciato che quel vuoto sociale diventasse così profondo.
Peccato che mentre le auto del tour si allontanavano verso la tappa successiva, tra gli applausi, qualcuno non abbia pensato ad un finale diverso. Magari un remake di quanto successe anni fa con la venuta di Salvini, quando la contestazione prese la forma di un bel coro spontaneo intonato a squarciagola una “bella ciao”.
In quel preciso pomeriggio nisseno, per puro contrappasso, una colonna sonora del genere ci sarebbe stata davvero a pennello. Ad Maiora
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