I dati della piattaforma AirNav rivelano un’impennata di voli cargo verso Creta nei giorni precedenti l’offensiva del 28 febbraio. Mentre il governo tace, i tracciati aerei confermano il ruolo logistico dell’Italia nel dispiegamento di truppe e mezzi.
Di fronte alla discrezione ufficiale e a quello che appare come un silenzio strategico, i dati tecnici raccontano una storia diversa: l’Italia ha già attraversato il Rubicone del coinvolgimento bellico. La base militare di Sigonella, in Sicilia, ha svolto un ruolo chiave nel supporto logistico all’attacco sferrato dall’amministrazione di Donald Trump contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.
A smentire le rassicurazioni sulla neutralità dell’infrastruttura sono i tracciati di AirNav, piattaforma commerciale utilizzata anche dalla Nato per il monitoraggio dei voli. Se nel mese di gennaio non si era registrato alcun movimento di rilievo, a febbraio la musica è cambiata drasticamente: 24 voli di C-130T Hercules della U.S. Navy hanno fatto la spola tra la Sicilia e la base di Souda Bay, a Creta.
Il picco è stato raggiunto tra il 23 e il 24 febbraio, con una media di cinque voli al giorno. Non si è trattato di semplici pattugliamenti, ma di un vero e proprio build-up: il dispiegamento massiccio di truppe ed equipaggiamenti verso il Mediterraneo orientale, lo stesso che in quei giorni aveva già messo in allarme la popolazione greca, scesa in piazza per protestare contro l’imminente conflitto.
Sebbene il contributo di Sigonella sia stato fondamentale, l’analisi del traffico aereo suggerisce una gestione politica più cauta rispetto ad altri alleati. Nello stesso periodo, le basi americane in Germania (Spangdahlem e Ramstein) hanno registrato un traffico quasi dieci volte superiore, con oltre 400 movimenti aerei.
Questo scarto indica che il governo italiano potrebbe aver considerato la questione delle basi molto più “delicata” sul piano del consenso interno rispetto a Berlino. Un atteggiamento che richiama i precedenti storici del 2003, quando l’allora ambasciatore USA Mel Sembler vantava nelle corrispondenze diplomatiche la totale disponibilità del governo Berlusconi per l’invasione dell’Iraq, pur operando “dietro le quinte” per evitare intoppi costituzionali.
Oggi come allora, Sigonella resta avvolta in una fitta coltre di segretezza. Nonostante le richieste di accesso agli atti, gli accordi bilaterali che regolano l’uso della base (dal Nato Status of Forces Agreement allo Shell Agreement del 1995) rimangono inaccessibili. Il Comando USA in Europa conferma l’esistenza di “accordi tecnici negoziati ad hoc”, ma di fatto ogni tentativo di trasparenza è fallito.
Mentre la diplomazia tace e i documenti restano secretati, i C-130 carichi di truppe decollati dalla Sicilia verso il fronte mediorientale restano l’unica prova tangibile di un coinvolgimento che l’Italia, ufficialmente, non ha mai dichiarato.
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