In Sicilia, il dibattito sui cosiddetti fondi a pioggia, le “mance e mancette”, non è solo una questione di denaro pubblico, ma un vero e proprio test di maturità democratica.
Nonostante gli scandali, milioni di euro continuano a essere distribuiti dai deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) verso comuni e associazioni seguendo logiche di appartenenza politica anziché criteri di necessità oggettiva.
Le origini e i numeri di questo sistema affonda le radici nella storica Tabella H, oggi ufficialmente soppressa ma rinata sotto forma di emendamenti nei maxi-emendamenti delle leggi finanziarie.
Negli ultimi anni, le cifre sono rimaste imponenti, nella Finanziaria 2024/2025, si è gestito un budget di circa 100 milioni di euro.
La disparità di trattamento ormai è istituzionalizzata, un deputato di maggioranza arriva a disporre circa 1/1,2 milioni di euro, quasi il doppio rispetto ai colleghi dell’opposizione.
Ciò da una visione antidemocratica, un “diritto” di ottenere un contrinuto viene così trasformato in “favore” da ricevere.
Difendere questo sistema con l’idea che “si è sempre fatto così” o che serva a “velocizzare gli aiuti” non è solo anacronistico, è profondamente antidemocratico e chi lo difende è solo perchè ha questa visione di fare politica, basata sul consenso “agevolato” dai contributi erogati .
In una democrazia sana, i fondi pubblici dovrebbero essere erogati dalla Regione direttamente ai Comuni, in modo proporzionale al numero di abitanti o basandosi su richieste trasparenti o a chi ne fa richiesta, come associazioni, enti religiosi o altro.
Quando invece è il singolo deputato a decidere a chi assegnare i soldi, il rapporto tra istituzione e cittadino si interrompe e spesso si “corrompe”.
Capita infatti che se il Comune ha una giunta vicina al deputato, riceve piogge di soldi, se il Sindaco è di un altro partito, i cittadini vengono puniti con somme più basse o il blocco dei fondi.
Così come anche potrebbe verificarsi un “ricatto” verso qualsiasi associazione, sportiva, culturale o sociale, che abbia bisogno di un contributo ma che viene indotta ad essere “amica” del politico locale.
Questa gestione discrezionale apre la strada a pratiche opache che possono sfociare nel voto di scambio e nella corruzione. Il messaggio implicito alla fine è : “Ti do i soldi della collettività, ma in cambio tu mi voti e mi fai votare”.
Secondo questo schema il deputato si erge a “Padrone”, dove i soldi pubblici vengono trattati come patrimonio privato da elargire per comprare il consenso ricevuto o da ricevere.
A questo punto il cittadino o l’amministratore locale non votano per un programma o per un’idea, ma per riconoscenza, magari dovuta alla necessità, verso chi gli ha garantito il sussidio.
Come la cronaca ha più volte dimostrato, questo potere assoluto sulla spesa può indurre il politico a pretendere una “qualcosina per lui” o una gestione controllata degli appalti finanziati con quelle stesse mance.
Difendere il sistema delle mance significa difendere una visione di tipo “feudale” della politica.
Se veramente si vuole aiutare il territorio e non la carriera del singolo deputato, la soluzione è una sola, abolire le mancette.
In definitiva, le “mance” dell’ARS non sono un aiuto alla Sicilia, ma un cappio al collo della sua crescita.
Per evitare favoritismi, potenziali imbrogli e la costante ombra del voto di scambio, questo sistema andrebbe abolito, facendo tornare la gestione delle risorse pubbliche a essere trasparente e diretta, dalla Regione ai Comuni, senza l’intermediazione interessata del deputato regionale.
Solo così si potrà passare dalla politica dei “favori” a quella dei “diritti”.
La democrazia e il consenso non si comprano con un emendamento. Ad Maiora
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