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Il voto sui nuovi F-35Un banco di provaper tatticismi e ambiguità

Last updated: 09/03/2025 6:26
By Redazione 280 Views 5 Min Read
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Il bivio di Conte e Salvini (ma anche di Schlein)

E in Parlamento si vedrà se il festival delle ambiguità e del tatticismo, che in queste settimane ha tenuto banco nel dibattito politico, lascerà spazio all’interesse nazionale.

Quando il ministro della Difesa formalizzerà la richiesta alle Camere, il voto sul nuovo lotto di
F-35 potrebbe fornire a partiti di maggioranza e opposizione lo strumento per scatenare una nuova ondata di polemiche.

Magari usando il pretesto del costo dell’operazione (7 miliardi) per contrapporre le esigenze della sanità e degli asili nido. Andrà messo nel conto.

Ma come per Salvini sarà difficile sconfessare l’atto di governo, per Conte sarà impossibile nascondere le decisioni assunte quando stava a Palazzo Chigi.
Nell’autunno del 2019, infatti, fu il premier del gabinetto giallorosso a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35, assecondando il piano pluriennale della Difesa che sta per ultimarsi con altri 25.

Arrivando così a 115 caccia. Tutto avvenne alla luce del sole, cioè in Parlamento. Lì dove sarà complicato anche per Schlein tentare un «salto quantico» e imporre ai suoi rappresentanti
di bocciare l’acquisto dei caccia multiruolo.

Nel Pd si stanno predisponendo al voto favorevole, anche perché fu il ministro della Difesa Guerini
che — prima di lasciare il dicastero— invitò il suo successore ad andare avanti nel progetto.
È la linea di continuità che di norma accompagna l’azione di governo su certi dossier.
E che prescinde dalle dichiarazioni a favore di telecamera di capi partito in cerca di consensi.
Perciò il Parlamento sarà un banco di prova che renderà manifesta la postura di quanti stanno solo tentando di sfruttare la distopica rivoluzione trumpiana per tornaconti di bottega.

E non c’è dubbio che l’acquisto degli F-35 avrà una valenza politica ed economica: per un verso sarà
funzionale nel gioco delle relazioni diplomatiche di Palazzo Chigi con la Casa Bianca; per l’altro garantirà il livello di occupazione delle imprese italiane del settore, dato che l’assemblaggio finale del caccia prodotto dalla Lockheed-Martin avviene nello stabilimento di Leonardo a Cameri (Novara).
Insomma, sul tema della Difesa il Parlamento riguadagna la sua centralità in una drammatica fase internazionale.
In questo senso fra due settimane tra Camera e Senato sono previsti tre appuntamenti.
Il 18 marzo a Palazzo Madama, davanti alle Commissioni riunite, si terrà l’audizione dell’ex presidente della Bce Draghi. Contemporaneamente la premier sarà alle Camere in vista del vertice europeo.
Il giorno dopo a Montecitorio verrà ascoltato il presidente di Stellantis Elkann.
«Queste coincidenze non sono casuali», spiega un’autorevole fonte istituzionale: «Basta unire i puntini».
E visto che Draghi discuterà del suo progetto sulla competitività, che Meloni affronterà il tema del piano avanzato dalla Commissione europea e che Elkann si soffermerà sulla crisi dell’automotive, è chiaro lo scenario.

I più avvertiti nel Pd sono consapevoli del passaggio.

«Le conclusioni del vertice di Bruxelles tracciano la via», dice l’ex ministro Amendola: «Sono stati posti sul tavolo 150 miliardi per la Difesa.
Il progetto sarà pure migliorabile però dopo venti anni di parole a vuoto in Europa si parte.

E nessuno vuole sbarcare su Marte», conclude per sconfessare disegni bellicisti.
In questo quadro Meloni si sta già muovendo.

Se è vero che a Berlino nell’accordo di programma tra Cdu e Spd per il futuro governo tedesco sono
preventivati 40 miliardi per la riconversione di un pezzo dell’automotive al comparto della Difesa, il governo di Roma deve farsi trovare pronto per favorire la filiera delle aziende nazionali agganciate alla Germania.
È il piano a cui la premier sta lavorando da tempo. E che coinvolge (anche) il settore automobilistico italiano.

Proprio quanto ha detto il ministro degli Esteri Tajani l’altro giorno a Bruxelles: «Dovremo vedere alcune industrie del comparto automobilistico come possono riconvertirsi».

E la presenza di Elkann alla Camera è un altro tassello del mosaico. Perché i tempi cambiano.
In Germania il progetto di rinnovamento della Difesa fu bloccato dal ministro dell’epoca: era von der Leyen, autore oggi del piano per il riarmo europeo.

Fonte Il Corriere della Sera

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