Caltanissetta 401
  • Home
  • Cronaca
    • Cronaca Internazionale
  • Politica locale
    • Politica
  • Rassegna stampa
    • Economia e Finanza
    • Riflessioni
    • Riceviamo e pubblichiamo
  • Cultura ed Eventi
    • Concorsi
    • Scuola
    • Tecnologia
  • Sport
  • Altro
    • Dalla provincia e dintorni
    • Ricette tipiche
    • Salute & Benessere
    • Meteo
Reading: Indagine sulla Diga di Blufi e il naufragio idrico della Sicilia
  • Seguici
Font ResizerAa
Caltanissetta 401Caltanissetta 401
Cerca
  • Home
  • Chi siamo
  • News
    • Cronaca
    • Politica locale
    • Cultura ed Eventi
    • Sport
    • Rassegna stampa
    • Salute & Benessere
    • Riceviamo e pubblichiamo
    • Dalla provincia e dintorni
Follow US
© Caltanissetta401 | Realizzato da Creative Agency
Caltanissetta 401 > News > Crisi idrica > Indagine sulla Diga di Blufi e il naufragio idrico della Sicilia
Crisi idricaCronacaRiceviamo e pubblichiamo

Indagine sulla Diga di Blufi e il naufragio idrico della Sicilia

Last updated: 24/12/2025 10:58
By Redazione 169 Views 22 Min Read
Share
SHARE

Di Marcello Frangiamone (geologo già borsista ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Matematiche e Informatiche Scienze Fisiche e Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Messina per la definizione dei modelli concettuali dei corpi idrici sotterranei).

Dossier completo sulla più grande incompiuta del sistema idrico siciliano: tra sperpero di denaro pubblico, infiltrazioni criminali e l’emergenza siccità del 2024-2025

Nel paesaggio riarso delle Madonie, dove la geografia siciliana si inerpica verso l’interno montuoso, sorge una struttura che sfida ogni logica amministrativa ed economica: la Diga di Blufi. Non si tratta semplicemente di un cantiere fermo, ma di una cicatrice di cemento armato che attraversa la valle del fiume Imera Meridionale, un’opera titanica concepita per dissetare tre province e che oggi, dopo oltre quarant’anni dalla sua ideazione e quasi trecento milioni di euro di denaro pubblico volatilizzati, non ha mai raccolto un solo litro d’acqua.

Questa inchiesta nasce in un momento storico cruciale. Mentre la Sicilia affronta tra il 2024 e il 2025 la crisi idrica più devastante dell’ultimo secolo, con invasi prosciugati e razionamenti che nelle province di Caltanissetta e Agrigento hanno raggiunto livelli da scenario bellico, la Diga di Blufi rimane lì, immobile e silenziosa. È un paradosso crudele: la soluzione tecnica al problema esiste, è tangibile, è stata pagata dai contribuenti, ma è inaccessibile, bloccata in un limbo burocratico fatto di carte bollate, contenziosi legali e decreti di rifinanziamento che spostano le scadenze sempre un anno più in là.

Il presente rapporto si propone di dissezionare questo “cadavere eccellente” dell’ingegneria italiana. Non ci limiteremo a raccontare la cronaca dei ritardi, ma penetreremo nei dettagli tecnici delle perizie geologiche, analizzeremo i flussi finanziari che hanno alimentato il cantiere (e le casse delle imprese legate a Cosa Nostra), e studieremo i recentissimi decreti regionali del dicembre 2024 che, ancora una volta, riscrivono il cronoprogramma di un’opera che sembra destinata a non finire mai. Attraverso l’analisi di migliaia di pagine di documenti, delibere CIPE, verbali di conferenze di servizi e indagini della magistratura, cercheremo di rispondere alla domanda fondamentale: è ancora possibile trasformare questo monumento allo spreco in una risorsa vitale per l’agricoltura e le popolazioni della Sicilia centrale?

Per capire e conoscere bene questa storia dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al 1963. Siamo nell’Italia del boom economico, un periodo in cui l’ingegneria idraulica rappresentava uno strumento fondamentale per l’emancipazione del Mezzogiorno. La “Cassa per il Mezzogiorno” finanziava opere faraoniche con l’obiettivo di trasformare l’agricoltura estensiva e povera delle aree interne in un’agricoltura intensiva e irrigua.

Tante dighe vengono realizzate in quegli anni ed in questo contesto nasce l’idea dello sbarramento sul fiume Imera Meridionale all’altezza di Blufi. Il fiume rappresenta una risorsa strategica enorme, capace di convogliare le acque dalle alte Madonie verso le zone interne di Caltanissetta ed Enna e la piana di Gela, aree storicamente afflitte da una siccità endemica.

Il Piano Regolatore Generale degli Acquedotti (PRGA) del 1963 individua Blufi come nodo nevralgico dello schema acquedottistico regionale. L’idea era ambiziosa ma tecnicamente coerente con le conoscenze dell’epoca: creare un invaso artificiale capace di regolare i deflussi stagionali, immagazzinando le piogge invernali per rilasciarle durante le torride estati siciliane.

Tuttavia, per passare da una semplice intuizione progettuale alla messa in opera passano decenni di studi di fattibilità, indagini geologiche e dispute politiche. È il primo segnale di una “lentezza cronica” che diventerà il marchio di fabbrica di quest’opera. Mentre il mondo cambiava il progetto Blufi rimaneva nei cassetti, invecchiando ancor prima di nascere.

È solo alla fine degli anni ’80 che l’Ente Acquedotti Siciliani (EAS) bandisce finalmente la gara per la costruzione della diga. L’appalto viene assegnato all’inizio degli anni ’90, in un periodo storico che precede di poco il terremoto di Tangentopoli.

Le imprese vincitrici rappresentano i colossi delle costruzioni dell’epoca ma l’analisi di quell’appalto, alla luce delle inchieste giudiziarie successive (“Tavolino”, “Mafia e Appalti”), rivela un quadro inquietante. La Diga di Blufi non era vista solo come un’opera idraulica, ma come un gigantesco bancomat per il sistema di potere politico-mafioso che governava la Sicilia. I pentiti di mafia hanno raccontato come i grandi appalti fossero spartiti a tavolino. Le imprese del Nord si aggiudicavano i lavori principali, ma dovevano necessariamente subappaltare il movimento terra, la fornitura di calcestruzzo e la guardiania a ditte locali “amiche” o direttamente controllate dalle famiglie mafiose.

Questo meccanismo perverso ebbe due conseguenze devastanti per l’opera:

La prima è la lievitazione dei costi in quanto il sistema delle tangenti e del “pizzo” veniva scaricato sui costi dell’opera attraverso il meccanismo delle perizie di variante. Ogni imprevisto geologico (vero o presunto) diventava l’occasione per rivedere i prezzi e iniettare nuova liquidità nel sistema.

La seconda conseguenza è la qualità dei lavori poichèil controllo sul cantiere era subordinato alle logiche del profitto criminale piuttosto che alla rigorosa esecuzione tecnica.

I lavori partono effettivamente nei primi anni ’90, ma procedono a singhiozzo. Le ruspe scavano, il cemento viene colato, le gallerie di derivazione vengono scavate nella roccia. Tuttavia, emergono presto gravi problemi tecnici. Gli studi geologici preliminari si rivelano insufficienti: il terreno su cui deve sorgere la diga (una diga in materiali sciolti con nucleo in argilla) presenta caratteristiche di instabilità e franosità non adeguatamente valutate nel progetto esecutivo originario.

Questo porta a una serie di sospensioni e riprogettazioni in corso d’opera. Si scopre che le sponde dell’invaso potrebbero non tenere, che le infiltrazioni sono più complesse del previsto. Ogni problema tecnico si traduce in un fermo amministrativo. Nel frattempo, i miliardi delle vecchie lire scorrono a fiumi.

Il punto di rottura definitivo arriva nel 2002. Dopo aver speso l’equivalente di circa 250-270 milioni di euro (valore attualizzato), i lavori si fermano completamente. Il contenzioso tra l’EAS (poi liquidato) e le imprese costruttrici diventa insanabile. Si parla di rescissioni contrattuali, di richieste di risarcimento danni miliardarie, di abbandono del cantiere.

Le imprese lasciano la valle, portando via mezzi e operai. Restano solo i guardiani (spesso pagati dalla Regione per custodire il nulla) e le gigantesche opere in cemento armato che iniziano il loro lento processo di degrado sotto il sole e le intemperie siciliane. Da quel momento, per quasi vent’anni, sulla Diga di Blufi cala il silenzio.

Ma andiamo ad oggi

Per capire quanto serve per completare l’opera, bisogna capire cosa c’è oggi nella valle tra Blufi e Petralia Sottana. Le immagini satellitari e i sopralluoghi recenti mostrano uno scenario impressionante:

Sono state realizzate le imponenti strutture in calcestruzzo armato destinate a gestire i flussi d’acqua. Si tratta di torri di presa, gallerie di scarico di fondo e sfioratori di superficie. Queste opere sono oggi dei monoliti grigi che si ergono nel vuoto. Il corpo diga è assente, manca cioè la parte principale: lo sbarramento vero e proprio. La Diga di Blufi è progettata come una diga in terra (materiali sciolti) con un nucleo impermeabile. Questa “montagna artificiale” che dovrebbe chiudere la valle non è mai stata completata. Esistono solo le fondazioni e le prime fasi di impostazione. Sono state infine scavate le gallerie idrauliche ma senza l’acqua da convogliare sono tunnel inutili. Inoltre, dopo 30 anni, necessitano di verifiche strutturali per capire se il rivestimento in calcestruzzo ha tenuto o se le pressioni del terreno hanno creato lesioni.

Il degrado è evidente. Il calcestruzzo esposto per decenni agli agenti atmosferici subisce il fenomeno della carbonatazione: l’anidride carbonica penetra nei pori del cemento, abbassandone il pH e togliendo la protezione ai ferri dell’armatura, che arrugginiscono e si gonfiano, spaccando il cemento. Questo significa che prima di posare un solo metro cubo di terra per finire la diga, bisognerà spendere milioni per “curare” le strutture esistenti.

Il calcolo preciso di quanto è stato speso è complesso a causa del cambio Lira/Euro e dell’inflazione, ma le stime più accreditate e citate nelle relazioni della Regione Siciliana parlano di una cifra che oscilla tra i 250 e i 270 milioni di euro.

Questi fondi sono stati assorbiti da: espropri dei terreni (che hanno sottratto aree agricole produttive), scavi e movimenti terra, costruzione delle opere in cemento armato (oggi ammalorate), varianti in corso d’opera (spesso ingiustificate o gonfiate), spese generali, direzioni lavori e contenziosi legali.

È fondamentale sottolineare che questa cifra enorme non ha prodotto alcun beneficio tangibile. Non un solo ettaro è stato irrigato, non un solo rubinetto è stato alimentato. In economia, questi vengono denominati “sunk costs” (costi irrecuperabili). La tragedia è che, per non perderli del tutto, si è costretti a spenderne quasi altrettanti.

Ma quanti soldi servono oggi per finire l’opera? Le stime sono state riviste più volte al rialzo a causa dell’aumento vertiginoso dei costi delle materie prime (acciaio, energia, cemento) post-pandemia e post-guerra in Ucraina.

Attualmente, il quadro economico previsionale si attesta su queste cifre:

  • Costo Progettazione Esecutiva: 4,8 milioni di euro (già finanziati e in corso di spesa).
  • Stima Lavori di Completamento: Tra 150 e 200 milioni di euro.

Quest’ultima cifra comprende:

  • Il ripristino strutturale e sismico delle opere esistenti (adeguamento alle NTC 2018).
    • La costruzione del corpo diga in terra.
    • L’installazione di tutta la parte elettromeccanica (paratoie, valvole, sistemi di controllo), che dopo 30 anni è tecnologicamente obsoleta o inesistente.
    • Le opere di sistemazione idraulica a valle e a monte.
    • Le mitigazioni ambientali e paesaggistiche.

Il totale finale dell’opera, sommando storico e futuro, si avvicinerebbe pericolosamente al mezzo miliardo di euro. Una cifra che rende la Diga di Blufi una delle opere idrauliche più costose della storia italiana in rapporto ai volumi invasati.

Nel 2021, dopo quasi vent’anni di stasi assoluta, la Regione Siciliana decide di riprendere in mano il dossier. La spinta arriva dalla necessità di inserire opere cantierabili nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) o nel Piano Nazionale Invasi.

Il Dipartimento Regionale dell’Acqua e dei Rifiuti stanzia 4,8 milioni di euro (CUP G17I19000450001) per un importo a base d’asta € 3,6 milioni di euro per la progettazione dei lavori di completamento della costruzione della diga Blufi previe indagini diagnostiche e verifiche di rivalutazione sismica delle strutture realizzate. Attenzione: Non si tratta di fondi per costruire, ma solo per capire come costruire.

La gara viene aggiudicata nel novembre 2022 da un Raggruppamento Temporaneo di Professionisti (RTP) con un ribasso del 41%.

Il compito affidato ai progettisti è titanico e si divide in due fasi cruciali:

  • Fase 1 (Diagnostica): Verificare lo stato di salute delle opere esistenti, redigere il progetto di fattibilità tecnico-economica (PFTE)
  • Fase 2 (Progettazione): Redazione del progetto definitivo e poi l’esecutivo.

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, vengono effettuate le indagini diagnostiche approfondite. Il risultato di tali indagini è che le opere realizzate sono strutturalmente compatibili con il completamento e con le attuali norme sismiche.  LA buona notizia viene però sminuita da due successivi decreti dirigenziali pubblicati dalla Regione Siciliana il 30 dicembre 2024 (DDG n. 2263 e n. 2264) che offrono uno spaccato impietoso della gestione amministrativa.

Questi documenti tecnici non parlano di acqua o cemento, ma di “reimputazione di somme”. In termini semplici: i soldi che dovevano essere spesi nel 2022 e 2023 per pagare i progettisti non sono stati spesi perché l’iter è andato a rilento.

Il DDG 2264 sposta formalmente € 624.000,00 dal bilancio 2022 al bilancio 2025.

Il cronoprogramma finanziario allegato al decreto rivela la verità sui tempi:

  • Spesa effettiva 2021: € 667 (irrisoria).
  • Spesa prevista 2025: € 1.736.340 (il grosso del saldo).

Questo significa che il progetto esecutivo non è pronto. Lo slittamento della fase amministrativa, confermato anche dai giornali locali, implica che nessun cantiere potrà aprire prima del 2026, nella migliore delle ipotesi.

E mentre la burocrazia segue i suoi tempi biblici, la Sicilia reale muore di sete. Il 2024 vede le precipitazioni ai minimi storici.

  • Invasi al Collasso: Nel febbraio 2024, il volume utile negli invasi siciliani era di soli 158 milioni di metri cubi, contro una capacità teorica di oltre 700 e un fabbisogno molto superiore.
  • Agrigento e Caltanissetta a Secco: Le province che la Diga di Blufi dovrebbe servire sono l’epicentro della crisi. A Caltanissetta, l’acqua viene erogata ogni 6-7 giorni. Ad Agrigento, la situazione è talmente critica da aver scatenato proteste di piazza e denunce per interruzione di pubblico servizio.
  • L’Agricoltura in Ginocchio: La Piana di Gela, una delle aree agricole più fertili per le colture in serra e i carciofi, rischia la desertificazione. Senza l’acqua degli invasi, le falde vengono sovrasfruttate, richiamando acqua salmastra dal mare e bruciando i terreni per sempre.

Ecco che a fronte di questo scenario apocalittico ritorna imperiosamente l’importanza della diga Blufi. I vantaggi sarebbero strutturali e non solo emergenziali. Si potrebbe avere nelle disponibilità della regione siciliana un invaso che avrebbe una capacità utile di regolazione stimata in circa 22 milioni di metri cubi annui. Non è una quantità enorme (rispetto a dighe come la Pozzillo), ma è vitale. Potrebbe diventare un elemento di interconnessione del sistema acquedottistico siciliano poiché la diga Blufi permetterebbe di creare un “polmone” intermedio tra gli invasi delle Madonie e le utenze del sud (Gela/Agrigento). Attualmente, l’acqua deve viaggiare per centinaia di chilometri dalla Diga Ancipa (sui Nebrodi/Erei) fino alla costa sud. Avere un invaso a metà strada (Blufi) ridurrebbe le perdite, i costi energetici di pompaggio e aumenterebbe la resilienza del sistema. Infine la diga potrebbe soddisfare quasi interamente il fabbisogno idropotabile della provincia di Caltanissetta, liberando risorse dall’Ancipa per altre zone (Enna, Catania).


Quali sono quindi le ipotesi da sviluppare in futuro

Si delineano tre scenari:

La prima ipotesi è quella del completamento, cioè la realizzazione della diga come da progetto da adeguare sfruttando le opere esistenti. Ciò consentirebbe di risolvere la crisi idrica valorizzando la spesa storica.

La seconda ipotesi è costituita dal ridimensionamento dell’opera, costruendo una diga più piccola all’interno della valle. Potrebbe avere un minore impatto ambientale ma bisognerebbe demolire con costi esorbitanti l’esistente e ottenere una capacità di accumulo irrisorio con un rapporto costi/benefici certamente non vantaggioso.

La terza ipotesi è quella della demolizione totale e la rinaturalizzazione della valle. Restituire al territorio i terreni espropriati ma con costi di demolizione elevati e con la perdita definitiva di questa importante risorsa idrica. Azione che ritengo politicamente suicida.

Analizzate tale ipotesi è evidente che oggi l’unica perseguibile è la prima ma a quali condizioni?

Per sbloccare l’opera e non perdere l’ennesima occasione si dovrebbe attuare un piano d’azione drastico, abbandonando la gestione ordinaria che ha fallito per 40 anni.

Basta “Rifinanziamenti Tecnici”: I decreti come il DDG 2264 devono essere gli ultimi del loro genere. La Regione deve imporre ai progettisti una data improrogabile per la consegna del progetto esecutivo cantierabile. Penali severe devono essere applicate per ogni giorno di ritardo.

Commissariamento Straordinario Specifico: La figura del Commissario Nazionale per la scarsità idrica (Nicola Dell’Acqua) è utile, ma serve un Sub-Commissario dedicato esclusivamente a Blufi. Un tecnico con poteri di deroga (modello Ponte Morandi o diga di Pietrarossa nell’ennese) che possa superare le lungaggini della Conferenza dei Servizi e dei pareri ambientali, che spesso impiegano anni per essere rilasciati.

Blindatura Finanziaria: I 150-200 milioni necessari non possono essere cercati “a pezzi” in vari bandi europei. L’opera deve essere inserita come priorità strategica nazionale nel bilancio dello Stato o nei Fondi di Sviluppo e Coesione (FSC) con una dotazione interamente coperta fin dall’inizio. Iniziare i lavori con solo metà dei fondi significherebbe creare una nuova incompiuta al primo imprevisto.

Protocollo di Legalità Rafforzato: Visti i precedenti mafiosi, il nuovo appalto deve nascere sotto l’egida di un protocollo firmato con Prefettura e Direzione Investigativa Antimafia. Controllo capillare sui fornitori di calcestruzzo, noli a caldo e guardianie, escludendo le ditte locali che non siano in “White List” certificata.

Comunicazione Trasparente: La Regione deve pubblicare un “cruscotto” online aggiornato in tempo reale sullo stato di avanzamento della progettazione e dei lavori. I cittadini di Caltanissetta e Agrigento hanno il diritto di sapere se e quando avranno l’acqua, senza dover attendere le inchieste giornalistiche per scoprire che i fondi sono stati spostati all’anno successivo.

Ma è soprattutto il tempo la risorsa più scarsa, persino più dell’acqua. Con i cambiamenti climatici che accelerano la desertificazione dell’isola, lasciare passare un altro decennio in studi di fattibilità e rimpalli burocratici equivarrebbe a condannare le aree interne allo spopolamento definitivo.

La realizzazione della Diga di Blufi è dunque tecnicamente possibile, economicamente costosa ma socialmente indispensabile. I soldi spesi finora (250 milioni) gridano vendetta, ma i 150 milioni necessari per finirla sono il prezzo del riscatto. Se la politica siciliana non troverà il coraggio di chiudere questo cantiere entro il 2030, la valle dell’Imera resterà per sempre un cimitero di cemento, a imperitura memoria di una classe dirigente che ha saputo costruire solo rovine. Al contrario potrà dimostrare a tutti che ha acquisito quella capacità, competenza e senso di responsabilità che nei decenni passati non è stata capace neanche lontanamente di perseguire.

——————

Per rimanere aggiornato sulle ultime notizie locali segui gratis il canale WhatsApp di Caltanissetta401.it https://whatsapp.com/channel/0029VbAkvGI77qVRlECsmk0o

Si precisa: La pubblicazione di un articolo e/o di un’intervista scritta o video in tutte le sezioni del giornale non significa necessariamente la condivisione parziale o integrale dei contenuti in esso espressi. Gli elaborati possono rappresentare pareri, interpretazioni e ricostruzioni storiche anche soggettive. Pertanto, le responsabilità delle dichiarazioni sono dell’autore e/o dell’intervistato che ci ha fornito il contenuto. L’intento della testata è quello di fare informazione a 360 gradi e di divulgare notizie di interesse pubblico. Naturalmente, sull’argomento trattato, caltanissetta401.it è a disposizione degli interessati e a pubblicare loro i comunicati o/e le repliche che ci invieranno. Infine, invitiamo i lettori ad approfondire sempre gli argomenti trattati, a consultare più fonti e lasciamo a ciascuno di loro la libertà d’interpretazione.                                                 

You Might Also Like

E’ morto Totò Schillaci, il calciatore si è spento all’ospedale civico di Palermo dove era ricoverato.

Referendum 2025, l’affluenza alle ore 12 di domenica l’affluenza alle 12 è del 7,36%

Lo scontro tra Israele e Iran si trasforma in una guerra dell’energia. E il petrolio si impenna

Ars, Scuvera conserva il seggio: l’elezione è legittima

Drone russo su Lago Maggiore, il giallo dei passaggi continui sulla sede dell’Ispra

TAGGED:Crisi idricaCronacaMarcello FrangiamoneRiceviamo e pubblichiamo
Share This Article
Facebook Twitter Whatsapp Whatsapp Email Copy Link Print
Caltanissetta 401
Direttore responsabile 
Sergio Cirlinci

93100 Caltanissetta (CL)

redazione@caltanissetta401.it
P:Iva: 01392140859

Categorie

  • Cronaca
  • Cultura ed Eventi
  • Politica locale
  • Rassegna stampa
  • Sport

Categorie

  • Concorsi
  • Dalla provincia e dintorni
  • Finanza
  • Giovani e Università
  • Sanità

Link utili

  • Chi siamo
  • Privacy & Cookie Policy

Caltanissetta 4.0.1 è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Caltanissetta n.03/2024 del 21/08/2024. | Realizzato da Creative Agency

Username or Email Address
Password

Lost your password?