Il recente “caso Vigevano” ha riacceso un dibattito che sembrava ormai superato dai fatti, ma che la politica più viscerale fatica a digerire.
L’altolà di Matteo Salvini alla candidatura di cittadini di fede musulmana nelle liste della Lega non è solo una scelta strategica, ma una reazione che appare, per usare un eufemismo, esagerata e anacronistica.
Vedere sbarrata la strada a candidati che, pur condividendo il programma di un partito, vengono esclusi per il loro credo religioso o la loro origine, stride con i principi cardine della nostra democrazia.
Ricordiamo che i requisiti per candidarsi sono chiari e definiti dalla legge italiana:
–Cittadinanza italiana (o di un Paese UE per le amministrative).
–Maggiore età.
–Godimento dei diritti civili e politici.
–Assenza di condizioni di incandidabilità (come condanne penali gravi).
Nessun articolo della Costituzione o del Testo Unico sugli Enti Locali menziona la religione come criterio di esclusione.
Eppure, il “veto” politico trasforma una questione di diritti in uno scontro identitario.
La realtà di Caltanissetta: Integrazione nei fatti
Ma guardiamo a casa nostra, a Caltanissetta. Al 1° gennaio 2025, i cittadini stranieri residenti a Caltanissetta sono 3.291, rappresentando circa il 5,7% della popolazione residente totale.
La comunità straniera più numerosa proviene dal Marocco (24,4%), seguita da Pakistan (22,0%).
In città, la presenza di “nuovi cittadini” è una realtà consolidata che sostiene il tessuto sociale ed economico.
–Economia e Centro Storico: Molte attività imprenditoriali e commerciali, specialmente nel cuore antico della città, sono gestite da cittadini di origine straniera che hanno deciso di investire nel territorio nisseno, rianimando negozi che altrimenti rimarrebbero come i tanti altri con le saracinische abbassate.
–Il pilastro della Scuola: È un dato di fatto: molte classi delle nostre scuole primarie continuano a esistere grazie ai figli di questi cittadini. Senza la loro presenza, il numero di alunni scenderebbe sotto la soglia minima, portando alla chiusura di sezioni e, di conseguenza, alla perdita di posti di lavoro per i nostri insegnanti.
–Abitazioni e quartieri: Molte case, soprattutto quelle del centro storico, dove molte risultavano sfitte, sono state prese in affitto dagli stranieri, e che hanno evitato il degrado totale e lo spopolamento.
Riconoscere questo “merito” non è buonismo, è onestà intellettuale, che è il limite del “Non sono razzista, ma…”
Ma purtroppo, anche a Caltanissetta non mancano le voci che si accodano alla retorica della “remigrazione” o dell’esclusione.
Il classico refrain “non sono razzista, ma…” è la maschera dietro cui si nasconde un pregiudizio che ignora la realtà dei fatti, cioè che queste persone sono ormai parte integrante della comunità nissena e di conseguenza sono nisseni con gli stessi diritti e doveri ci chi non accetta la loro presenza.
Colpisce, anche se fino a un certo punto, che certi commenti livorosi arrivino da concittadini.
Questo fenomeno dimostra che il pregiudizio non ha confini territoriali, tuttavia, ha sicuramente dei limiti invalicabili a livello intellettivo e culturale.
Inoltre, l’argomento stantio secondo cui “gli stranieri delinquono” lascia ormai il tempo che trova.
È un’affermazione che non tiene conto di un dato fondamentale. La loro eventuale assenza non farebbe di certo migliorare magicamente le condizioni di sicurezza o legalità della città.
Prendiamo l’esempio dello spaccio di stupefacenti. E’ evidente che i cittadini stranieri non abbiano affatto l’esclusiva di questo mercato. Se alcuni di loro scelgono la via dell’illegalità, è solo perché esiste una clientela vasta e prevalentemente indigena che alimenta il loro giro d’affari.
Eì un mercato che non guarda certo alle origini di chi vende, ma che risponde a una domanda interna che non può essere ignorata o scaricata interamente su chi arriva da fuori, anche perchè in molte situazioni simili il coinvolgimenti di “nostrani” è stato ampiamente documentato dalle cronache.
Chi invoca l’esclusione di chi lavora onestamente, paga le tasse, popola le scuole, vive in quartieri “difficili”, non sta facendo politica, sta remando contro l’interesse stesso della città, negando una realtà che, nei fatti, ha già imparato a convivere e a collaborare.
Proprio per favorire un’integrazione reale e definitiva, ben vengano candidature come quelle discusse a Vigevano.
La partecipazione attiva alla vita politica è l’ultimo tassello di un mosaico già avviato nel lavoro, nel sociale e nelle scuole.
Ci auguriamo che presto anche a Caltanissetta si possa assistere a candidature di nuovi cittadini nelle liste elettorali, sarebbe il segno di una città matura, capace di rappresentare tutte le sue anime senza barriere ideologiche.
La politica dovrebbe avere il compito di governare i processi di integrazione già avvenuti, non di negarli per un pugno di voti, alimentando divisioni in una società che, nei fatti, ha già imparato a convivere e a collaborare. Ad Maiora
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