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CronacaRiflessioni

La prova quotidiana dell’identità. Tentativo di bloccare la libera discussione di un gruppo e di un giornalista

Last updated: 19/11/2025 9:38
By Sergio Cirlinci 151 Views 9 Min Read
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La situazione sta assumendo, per alcuni i contorni di un’azione mirata e asfissiante

Ogni pomeriggio la stessa scena, ci si collega, e immediatamente si deve “correre” per dimostrare di essere sé stesso, di non essere un bot, o peggio, di non essere una minaccia per il sistema, per evitare l’ennesimo blocco del proprio account, per non parlare di strani rallentamenti, qualche limitazione e e spam vari e dovendo ricorrere ad un profilo di “scorta” per non essere del tutto tagliati fuori.

Una dinamica che va oltre il semplice disagio tecnico, per non parlare di ripetuti tentativi di delegittimazione ed esclusione della persona, anche nell’ambito della propria sfera privata.

Quando questa prassi colpisce in modo sistematico un amministratore di un gruppo social, un giornalista o semplicemente un cittadino libero, che utilizza i social network per diffondere le proprie opini o i propri articoli, il sospetto comincia a diventare certezza, cioè che ci troviamo di fronte a un maldestro e inopportuno tentativo di bavaglio.

Sia ben chiaro, nessun vittimismo, ma soltanto l’ennesima “denuncia” di quanto succede e di certi comportamenti.

Facebook, dopo numerose segnalazioni e continui tentativi di “accessi anomali”, per salvaguardare l’utente, blocca l’account.

Questa azione, seppur giusta e lecita, che spesso si risolve in un paio d’ore, limita di fatto la possibilità di accedere e di operare a chi è evidentemente sgradito.

L’intento, sebbene mai dichiarato, pare essere quello di ostacolare la divulgazione di contenuti che, pur potendo non piacere o andare contro la narrazione dominante, sono pienamente legittimi.

Qui non si tratta di contestazione, disapprovazione, o che i commenti possano essere criticati, ma di un chiaro tentativo di far stancare, cercando di spingere ad una scrittura più “edulcorata”

La critica o non condivisione di certi contenuti fa parte del gioco democratico, semmai la questione etica sorge quando viene impedita, con mezzi tecnici ripetuti e costanti, la possibilità stessa di divulgare le proprie idee e i propri contenuti giornalistici.

Questo attacco sistematico e quotidiano è in netto contrasto con i principi fondamentali che regolano una società libera e democratica.

Il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero è un principio sancito dalla Costituzione Italiana. Impedire la diffusione di articoli o opinioni, anche se critiche, attraverso i canali di comunicazione più diffusi, in questo caso tramite i social media, equivale a minare questo diritto.

Inoltre per un giornalista, scrivere e informare non è solo una questione di libertà, ma anche un dovere nei confronti dei cittadini.

L’uso dei canali social per diffondere il proprio lavoro rientra perfettamente in questo mandato. Ostacolare la sua opera è un attacco diretto alla funzione essenziale che il giornalismo riveste nella società.

In un’epoca in cui la disinformazione è un problema reale, tentare di “bloccare” chi, pur con le proprie posizioni, fa un lavoro di critica e informazione, appare come un pericoloso precedente.

La legge stabilisce chiaramente i limiti, diffamazione, incitamento all’odio, ecc., e finché questi limiti vengono rispettati, nessuno può arrogarsi il diritto di sostituirsi al giudizio legale per decidere chi ha il permesso di parlare e chi no.

La richiesta di “dimostrare di essere lui” ogni singolo pomeriggio non è solo un fastidio, è un chiaro sintomo di un tentativo di soppressione della voce, mascherato da prassi di sicurezza.

Di fronte a un blocco ingiusto, reiterato o discriminatorio, l’utente e, in particolare, un giornalista non è inerme.

Il primo passo, sebbene spesso lungo e farraginoso è esaurire le procedure interne della piattaforma, utilizzando la procedura del ricorso, fornito da Meta quando si tenta di accedere all’account bloccato.

È necessario allegare documenti che provino l’identità o ricorrere al riconoscimento facciale nel caso di richiesta di verifica e, se possibile, ma al momento non è facile farlo, comunicare anche la propria qualifica professionale di giornalista, evidenziando il danno alla diffusione del proprio lavoro.

Spesso la procedura porta alla riattivazione dell’account in poche ore o al massimo in 24 ore, ma rimane comunque il “fastidio” e l’ansia nel riconnettersi la prossima volta.

La giurisprudenza, ad esempio, nel caso di riattivazione di pagine bloccate in Italia, ha riconosciuto che l’esclusione dai social media, canali ormai essenziali per il dibattito pubblico, può configurare una limitazione indiretta dei principi costituzionali di libertà di manifestazione del pensiero e di libertà di stampa.

Non è facile però venire a conoscenza chi spinge la piattaforma a bloccare un account o tentare di farlo, ma se si dovesse arrivare a scoprirlo si può procedere legalmente, sia per il danno economico diretto, ad esempio di visibilità, mancati introiti pubblicitari o professionali, ma anche per il disagio, la lesione alla reputazione professionale e l’impedimento all’esercizio di un diritto fondamentale.

In alcuni casi, i tribunali hanno imposto una penale giornaliera per ogni ora o giorno di ritardo nella riattivazione dell’account ingiustamente sospeso, a sottolineare la gravità dell’interruzione.

È importante notare che il Regolamento Europeo sulla Libertà dei Media (European Media Freedom Act), mira espressamente a tutelare i media contro la rimozione ingiustificata di contenuti online da parte delle grandi piattaforme.

Sebbene la sua applicazione sia ancora complessa e non del tutto completa, con questo regolamento si forniranno ulteriori strumenti di tutela legale contro le limitazioni arbitrarie che danneggiano gli utenti in generale e il lavoro giornalistico.

Ma qualsiasi azione legale, pur essendo una possibilità da non escludere, non può diventare un modo per riaffermare che la sovranità sul diritto di parola non può essere delegata agli algoritmi di una società che agisce su segnalazioni dettate spesso da motivazioni che nulla hanno a che vedere con le regole della piattaforma stessa.

In fondo chi scrive certi articoli lo fa nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, rispettando in pieno il “Codice Deontologico” e anche la “Carta dei doveri del Giornalista”, cosa che magari altri non fanno ma che hanno comunque vita facile.

Per mera presa visione, si allega la “Carta dei doveri del Giornalista”, giusto per farsi un’idea.

Ad Maiora

La carta dei doveri del giornalistaDownload

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