Il “cortocircuito e il ritardo fatale” del Comune nel non attivare subito l’azione legale, tra il Silenzio di Rai Way e l’ombra della speculazione.
Ma che fine ha fatto il progetto di ricostruzione del colosso di ferro nisseno? Un cortocircuito tra delibere comunali, polveroni burocratici e un’inattesa vendita immobiliare privata.
I documenti d’archivio svelano un percorso che era partito sotto i migliori auspici istituzionali.
Durante la seduta del Consiglio Comunale aperto del 19 giugno 2025, l’aula aveva esaminato con una nota ufficiale trasmessa dai vertici di Rai Way a inizio febbraio.
In quella lettera, firmata dall’amministratore delegato Ceccarto, l’azienda radiotelevisiva si impegnava non solo a smantellare la vecchia e pericolante struttura, ma a edificarne una del tutto nuova, allegando un dettagliato piano d’azione temporale.
I dettagli tecnici erano pronti e nero su bianco. La Soprintendente ai Beni Culturali, Daniela Vullo, aveva confermato il deposito, datato 29 gennaio 2025, di un’istanza per una ristrutturazione edilizia imponente evidenziando che però non si poteva per legge, procede ad una nuova ricostruzione, ma, come previsto dalla legge, la soprintendenza può solo autorizzare interventi di restauro e non costruzione.
Le priorità messe a verbale dall’amministrazione e dai consiglieri d’aula puntavano a due traguardi paralleli: la messa in sicurezza urgente per l’incolumità dei residenti e la restituzione alla città del suo simbolo visivo più iconico, scongiurando vuoti urbani.
Ma cos’è cambiato da allora? Praticamente tutto, ma in peggio.
Subito dopo l’abbattimento della vecchia antenna, sulla ricostruzione è calato prima un sipario di assoluto disinteresse amministrativo per giungere poi alla richiesta di risarcimento.
Mentre le carte concordate con Rai Way rimanevano nei cassetti, lo scenario circostante è mutato radicalmente. I terreni che ospitavano l’impianto e i relativi immobili industriali sono finiti sul libero mercato, in pratica messi in vendita a privati.
È qui che emerge il cortocircuito economico e strategico della vicenda.
Il Comune di Caltanissetta ha avviato una battaglia legale per chiedere i danni causati dall’avvenuta demolizione, 23 luglio 2025 soltanto venerdì 29 maggio 2026, quasi un anno dopo la demolizione, con la motivazione dichiarata dal sindaco Walter Tesauro, “Caltanissetta è stata privata di un’opera distintiva e considerata motivo di orgoglio per la cittadinanza, un bene culturale di enorme importanza e dal profondo valore affettivo che avrebbe potuto creare per la città un importante indotto turistico ed economico”, stimando il risarcimento dovuto in una cifra di 2 milioni di euro.
Una somma che, se fosse stata richiesta subito dopo la demolizione, evitando infruttuosi viaggi romani, ed eventualmente incassata o in parte anticipata per tempo, avrebbe oggi potuto cambiare l’esito della storia.
I numeri evidenziano un’enorme occasione mancata. Con i due milioni di euro della stima del danno, l’amministrazione cittadina avrebbe potuto agevolmente rilevare la proprietà dell’intera area, il cui prezzo richiesto sul mercato è di 409mila euro senza, nel caso in cui decidesse di acquistarla oggi, “disperarsi” sul come reperire la somma e di conseguenza gravare sulle casse comunali.
In questo modo, l’ente pubblico avrebbe blindato il sito da qualunque appetito speculativo evitando l’attuale rischio che la collina Sant’Anna si trasformi nell’ennesimo spazio privato sottratto alla memoria e all’uso pubblico della comunità.
Chissà se un’azione tempestiva avrebbe potuto evitare il rischio speculazione, ma oggi senza un colpo di reni della politica locale per riprendere in mano l’intera area e la storia dell’antenna si chiuderà nel modo più amaro, un monumento alla burocrazia distratta. Ad Maiora
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